Perché è giusto lo stop agli incentivi

Il ministro dello Sviluppo economico, Gianni Scajola, ha presentato in Senato un programma per il settore dell’auto che segna una svolta, rispetto ai due principi dell’assistenzialismo a spese del contribuente e del dirigismo, che per molto tempo hanno caratterizzato le cosiddette «politiche industriali». E le urla dall’opposizione con cui è stato accolto il nuovo programma comprovano la bontà della svolta. Gli incentivi per l’auto, ha detto Scajola, non saranno più rinnovati. Sono una droga che non può continuare e sono anche vietati dall’Unione europea, salvo che per periodi limitati. Inoltre, è sbagliato collegare gli incentivi per l’auto al mantenimento dell’occupazione in una fabbrica che non ha futuro. Bisogna, invece, occuparsi della riconversione dell’area in cui essa è ubicata, mantenendone le caratteristiche industriali, ma sorreggendo le opportunità di occupazione, anche con incentivi alla creazione di attività diverse dall’industria, per cui l’area ha una vocazione. Come è appunto il caso di Termini Imerese, che ha anche vocazioni agricole e turistiche.
Ci sono 469 milioni di finanziamenti statali e regionali a disposizione per le infrastrutture e per altre iniziative per sostenere i nuovi investimenti, e ci sono già 14 progetti industriali presentati da operatori italiani ed esteri. Ma il governo sta cercando di ampliare la cerchia degli offerenti internazionali, per essere sicuro di poter individuare per Termini Imerese una soluzione realmente valida.
I posti di lavoro attuali sono 1.680 circa nella fabbrica Fiat e altri 300 nelle attività collaterali. Non è detto che il progetto più valido sia anche quello che assicura tutti i posti di lavoro. Porre la questione in questi termini è sbagliato. Quindi, fa bene Scajola a cercare di affiancare a una nuova iniziativa industriale, anche altre attività, fermo restando che poi bisogna che sia il sistema di mercato a risolvere i problemi di lungo periodo. In luogo di incentivi alla domanda di auto, ha detto Scajola, ci saranno d’ora in poi interventi a favore della ricerca. Questa è la strada giusta. Scajola ha ricordato che dal 1965 a ora, il numero di marchi automobilisti in Europa è sceso da 58 a 22, mentre la gamma di modelli è aumentata da 72 a 207. Insomma, le marche si sono ridotte a un terzo e i modelli si sono triplicati. Il lettore si può domandare che cosa c’entri, questo, con la politica di riconversione di Termini Imerese, con la cessazione degli incentivi all’acquisto di auto e con l’adozione di incentivi alla ricerca tecnologica.
La risposta è che la riduzione del numero di marche ha fatto cadere quelle meno efficienti. Ma ciò non ha generato una riduzione di modelli, bensì un loro aumento, perché le marche che sono rimaste in piedi hanno dovuto diversificare la loro offerta, per sostenere il mercato. E ciò ha creato capacità produttiva in eccesso. Quindi qualche altra marca potrebbe cadere. Il che vuol dire che, per difendere il futuro dell’auto in Italia, bisogna adottare una politica dell’offerta, non della domanda.
Se si continua a drogare il mercato, con incentivi alla domanda di sostituzione di auto nuove a quelle vecchie, non solo si fa una cosa che alla lunga non funziona perché il parco auto è ormai giovane. C’è anche il rischio di favorire, con i soldi del contribuente, le case estere, che vendono auto in Italia, se sono più competitive. Dunque, per risolvere il problema bisogna spostare lo sguardo alla produzione e curare l’efficienza economica. Questa è la condizione essenziale, perché una grande impresa, in questo mercato difficile, non fallisca. Ciò comporta di chiudere gli stabilimenti meno efficienti per accrescere la produzione degli altri, in modo da sfruttare meglio i costi fissi. Ed ecco la riconversione di Termini Imerese. Inoltre, bisogna curare l’innovazione. Ed ecco, quindi, la ragione per dare incentivi alla ricerca, ad esempio nel settore delle auto elettriche, che aiutano a risolvere il problema dell’inquinamento urbano delle grandi città. L’Unione europea nel periodo di crisi ha avallato gli incentivi alla sostituzione di vetture vecchie con nuove. Ma si è trattato di un espediente temporaneo. Per risolvere il problema dell’inquinamento urbano occorrono nuovi tipi di automobili. La Fiat, in passato, più che sull’efficienza e sull’innovazione, ha fatto assegnamento sugli aiuti pubblici, agitando lo spettro dell’occupazione. Ora essa, con Sergio Marchionne, ha una gestione manageriale di mercato, con un respiro internazionale. E a questa brutta storia si può porre la parola «fine» più facilmente che in passato. Quello di Scajola è un messaggio importante non solo per il caso Fiat, ma per la grande industria in generale. Speriamo che non si faccia «macchina indietro».