«Perché i preti vogliono la moschea?»

Scrittici di grande cultura e sensibilità (da Oriana Fallaci a Ida Magli) hanno avvertito e reiteratamente segnalato i rischi che le donne occidentali corrono ricollocandosi nella dimensione della «sottomissione» islamica. È però vero che a livello individuale la fede (nella propria libertà) così come il coraggio (della propria dignità) chi non li possiede non se li può dare. E in fondo c’è una giustizia sottile e profonda nell’andare incontro - stante le personali debolezze e le schiudentisi illusorie prospettive - al proprio destino. Le colpe e i meriti individuali rappresentano qualcosa che - suggestivi o no - non li si riesce a convertire in un dramma collettivo che sembra essere (ma lo è davvero?) dettato dall’azione di una consapevole razionalità.
Sono parecchi anni che nel Ponente cittadino viene agitato il tormentone circa la costruzione della moschea («edificazione» tutt’altro che gradita alla popolazione nonostante il pressing «politico» di forze che ostinatamente accreditano l’esito «felice» della società multiculturale, fingendo di ignorare le frequenti smentite che la realtà visibile in tutto il nostro continuente oppone loro). I fautori dell’internazionalismo (proletario, socialista, comunista, ecc.) mantengono però fermo il ridimensionamento (se non il dissolvimento tout court) dell’identità nazionale come un ideale antico che ancora permane dopo il venir meno del progetto di rovesciamento del sistema capitalistico. Cioè della coerenza e del metodo in questa prospettiva che si oppone al persistente formidabile senso delle nazioni (qualsiasi cosa possano eccepire in contrario i sostenitori «romantici» dell’unità europea). Sorprende però sempre la irresoluta condotta del clero cattolico che sembra lavorare (anche se non nella sua completezza) a favore di una proliferazione dei centri islamici che, fatalmente, mirano a sottrarre quanto più consenso possono alla Chiesa stessa. Nulla di strano dunque che proprio in questo senso la Sinistra si sia abbondantemente compromessa nel favorire (a manica larga - da «mandarino cinese»?) l’immigrazione nel nostro Paese (chi non ricorda negli ultimi vent’anni le sistematiche accuse di razzismo da parte di autentici companeros - e di accoliti di circostanza non particolarmente acuti - nei confronti di tutti coloro che segnalavano il pericolo, essendo informati sulla realtà degli altri paesi europei?). Ma perché larga parte del clero «dà una mano» a tutto ciò? Che senso ha lavorare a pro della possibile emarginazione che con il tempo potrebbe derivarne (visto che non si parla mai di una reciprocità, cioè di costruzioni di chiese in terra islamica)?
Ora gli esponenti della «politica politicante» possiedono l’irresistibile tendenza a mettersi sempre in mezzo, a fare i «sensali» a più non posso, cercando di ignorare le conseguenze delle loro intenzioni e delle loro azioni. Nulla di strano se le conseguenze sono sciagurate e molti di loro, sovente, riescono (purtroppo!) a cavarsela senza pagare pegno. Nel caso però del cristianesimo cattolico sembra che sia stata accettata già la soluzione dell’inevitabile (col tempo) suo divenire minoranza. L’incapacità di offrire una reazione unitaria (anche nella circostanza dell’erigenda moschea) ne dà singolare ed esplicita testimonianza.