Perché è ora di liberare Scaglia (e anche lo sconosciuto Rossetti)

Oggi, forse (pare, si dice), la procura darà parere favorevole alla scarcerazione di Silvio Scaglia. E quindi forse (pare, si dice) nei prossimi giorni il fondatore di Fastweb potrà lasciare il carcere romano di Rebibbia dove si trova in custodia preventiva da ormai 80 giorni.
Le formule dubitative di cui sopra sono dettate dal fatto che sinora né il giudice per le indagini preliminari Aldo Morgigni (lo stesso che ha lasciato in cella per una settimana Stefano Gugliotta, arrestato dopo la finale di coppa Italia e accusato di resistenza e violenza nei confronti di pubblici ufficiali, malgrado già un paio di giorni dopo il fermo un filmato dimostrasse in maniera inoppugnabile che il ragazzo era stato vittima di un pestaggio da parte di alcuni poliziotti), né il Tribunale del riesame si sono dimostrati propensi a rispettare la lettera e lo spirito del codice di procedura penale che disciplina la carcerazione cautelare. Il quale, giova ripeterlo per l’ennesima volta, prevede che una persona possa essere privata della libertà in assenza di una condanna definitiva solo in tre circostanze: ove sussista pericolo di fuga, di reiterazione del reato oppure di inquinamento delle prove. E, attenzione, anche in presenza di uno o più di questi elementi, solo quando «ogni altra misura (leggi per esempio gli arresti domiciliari) risulti inadeguata».
Ora, nel caso di Scaglia risulta lampante che non ricorre alcuna di queste esigenze. Il manager si è consegnato spontaneamente ai magistrati, rientrando dall’estero dove si trovava: ipotizzare che possa fuggire è quantomeno incongruo. Così come è bizzarro ritenere che possa ripetere i reati di cui è accusato, visto che non ricopre più la carica che aveva quando i fatti criminosi si sarebbero verificati. I quali fatti sono antecedenti al 2007: qualcuno ci vuole spiegare come diavolo potrebbe oggi Scaglia, che già tre anni fa era stato interrogato in merito alla faccenda, inquinare le prove?
La verità è che ancora una volta la carcerazione preventiva viene usata in modo assolutamente improprio: come arma di pressione (tortura, per chiamarla con il suo nome) allo scopo di ottenere confessioni o delazioni; oppure, ancora peggio, come anticipo di una pena (in assenza di condanna!) che si dubita di essere in grado di comminare e far scontare.
Oggi, forse (pare, si dice), a questa stortura verrà posto fine per quanto riguarda Silvio Scaglia, al cui caso si è interessato anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Con ritardo comunque mostruoso, il noto manager potrebbe tornare a casa. Non si hanno invece notizie dell’unica altra persona coinvolta nell’inchiesta che ancora si trova in galera: Mario Rossetti. L’ex consigliere d’amministrazione e direttore finanziario di Fastweb è stato arrestato tre giorni prima di Scaglia, il 23 febbraio scorso, ed evidentemente, come il suo ex capo, non ha soddisfatto le aspettative dei magistrati. Però, essendo meno famoso, in suo favore non è stata spezzata nessuna lancia: il Quirinale non ha fatto sentire la sua voce, nessun giornale si è levato a difenderlo. Eppure per lui valgono le identiche considerazioni fatte in precedenza: non c’è più, se mai vi è stata, alcuna ragione di tenerlo ancora in carcere.
Mario Rossetti deve essere liberato assieme a Scaglia. La procura chieda per entrambi il processo e, se ne ha le prove, ottenga per entrambi una condanna. In questa eventualità, tale condanna sia fatta scontare per intero secondo le leggi. Ma questo dopo il giudizio, non prima. Adesso Scaglia e Rossetti non possono stare in cella un’ora di più: per loro, ma anche e soprattutto per quel che resta della credibilità del nostro sistema giudiziario.