Le perdite (e i dolori) dei fondi sovrani

I fondi sovrani sono fondi nazionali che hanno origine dalle ampie disponibilità accumulate dai Paesi esportatori, in particolare i Paesi produttori di materie prime quali il petrolio. Gestiscono masse stimate tra i 2,5 e i 2,8 trilioni di dollari, superiori alla somma di tutti i fondi hedge e di private equity. Negli ultimi anni sono cresciuti a una media del 20% l’anno, ma il crollo dei prezzi delle materie prime e il rallentamento dei consumi hanno dato una frenata. Non solo, gli investimenti fatti valgono molto meno. Se si guardano i principali investimenti bancari dei fondi sovrani, dei 75 miliardi di dollari iniettati ne sono rimasti poco più di 20. La scelta dell’investimento azionario non è stata premiante, ne sa qualcosa il fondo Abu Dhabi investment authority (Adia), per anni leader incontrastato e ora battuto dal fondo Saudi Arabia monetary agency (Sama). Secondo il Council of foreign relations, infatti, Adia, che nel 2008 ha perso il 28%, oggi gestisce 328 miliardi di dollari, mentre Sama, grazie a investimenti più conservativi, quali obbligazioni e oro, ha registrato un più 30%, con oltre 500 miliardi in gestione.
Anche per i fondi asiatici le perdite nelle partecipazioni sono state cospicue. Il China investment corporation (Cic), fondato nel settembre 2007 con 200 miliardi di dollari in gestione, ha investito nei private equity Jc Flowers e Blackstone, in Morgan Stanley, e in strumenti Lehman Brothers. Il valore attuale di queste partecipazioni ha attirato forti critiche nazionali al punto che i vertici sono stati sostituiti. I problemi non finiscono qui. I fondi sovrani, ai vertici della cronaca per gli investimenti esteri, con l’aggravarsi della crisi sono costretti a guardare ai problemi di casa loro. Cic da gennaio ha dovuto sostenere il mercato azionario domestico quando veniva abbandonato dagli investitori occidentali. Focus domestico anche per la Russia. Il ministro delle Finanze, Alexei Kudrin, ha annunciato di volere prelevare circa 37 miliardi di dollari per sostenere i tagli fiscali nazionali previsti da Vladimir Putin.
Stessa situazione nel Golfo. Re Abdullah, in Arabia Saudita, ha deviato le risorse per estendere una linea di credito a tasso zero, per 2,7 miliardi dollari destinata ai cittadini a basso reddito. Gli Emirati hanno invece annunciato di voler iniettare 33 miliardi di liquidità nelle banche nazionali. Il fondo Kia, del Kuwait (250 miliardi di dollari in gestione), è dovuto intervenire in sostegno di una delle maggiori banche del Paese, la Gulf bank Ksc, che ha registrato pesanti perdite operando in derivati cambio euro-dollaro. Stessa sorte per il fondo Qatar investment authority (Qia) che di recente è intervenuto sulla Commercial bank of Qatar e la Qatar international islamic bank.