Il perdono incredibile

Nella storia orribile del delitto di Erba penetrano parole da tutte le parti. Tutti a parlare. È come un'infiltrazione d'acqua nella crepa di una diga. Lo sbalordimento, cominciato fin dal primo momento, non scende dal livello di guardia. Ora che conosciamo i nomi e le facce degli assassini, non siamo più intelligenti di prima. Il male c'è, c'era prima e continua ad esserci. E gli assassini sono, spiace dirlo, gente come noi. Una certa concezione dell'uomo, una generale antropologia si delinea, sommando tutte le parole e facendo la media. Questa concezione ci dice che la ragione sta nell'istinto. I media danno infatti grande risalto alle parole del padre e marito nordafricano, che promette vendetta nei confronti dei carnefici.
Lo si ascolta, si tien conto delle sue parole. Egli parla la nostra stessa lingua. Siamo sinceri, chi di noi non penserebbe lo stesso? È la voce della natura che parla, visto che «istinto» e «natura» sembrano avere ormai lo stesso significato.
Sollevano scetticismo, invece, le parole di Carlo Castagna, padre di Raffaella, che nella strage ha perso, oltre alla figlia, anche la moglie e il nipotino. Carlo Castagna è stato, fin dal primo momento, in tutta questa tragedia, il personaggio migliore. Se la figura di Raffaella presenta molte ombre, così non è per suo padre e per la sua sfortunata madre.
Carlo Castagna ha perdonato gli assassini, l'ha detto e lo ha ripetuto, ma sarà che la pensiamo tutti più o meno come Azouz, sarà che questi giornalisti a caccia di dichiarazioni ci hanno stufato, è un fatto che le parole di pietà di quest'uomo non trovano molto credito.
Non lo trovano nemmeno presso un prete, e un prete famoso come don Gino Rigoldi, che fa le pulci al pover'uomo, dichiarando che «il perdono è qualcosa che non sta sulla punta della lingua, ma viene fuori dal profondo del cuore», e precisando che «una persona ha bisogno di metabolizzare, di rivedere le facce insanguinate dei parenti» per cui «il perdono è un processo lungo e molto consapevole».
Nemmeno don Gino Rigoldi crede che un uomo dal cuore semplice, educato nella fede cristiana, possa concedere il proprio perdono agli assassini della figlia, della moglie e del nipotino; e che possa concederlo non già dopo un lungo pensamento ma come un atto immediato, come il riconoscimento immediato della verità delle cose.
Il perdono non è soltanto un punto di arrivo dopo un processo di metabolizzazione, ma anche e soprattutto qualcosa che sta all'inizio, un'evidenza prima. È come quando qualcuno, di fronte a una situazione, dice la parola che la definisce esattamente: tutti ci sentiamo subito meglio e diciamo: «ecco, è proprio così».
La verità del torto che subiamo sta nel suo perdono. Finché non c'è il perdono è come se mancasse qualcosa: per questo il proverbio dice che «la miglior vendetta è il perdono», perché senza perdono la vendetta è insipida, mentre il perdono è la parte gustosa della vendetta, in quanto ci ridà la verità perduta.
Poi verrà tutto il processo, necessario affinché quel gesto spontaneo diventi consapevole, di cui parla don Rigoldi. Verranno i ripensamenti e le crisi e la vittoria finale del perdono.
Ma se non c'è quella spinta all'inizio, che viene dal cristianesimo, è difficile trovare il perdono per strada: anche perché, di solito, i ripensamenti, le notti insonni e il tempo macerano gli animi, producono esacerbazione o dimenticanza, non certo perdono.
Nemmeno i preti (meglio: alcuni preti) credono più che il cristianesimo possa riconciliare l'uomo con la sua natura, rendendolo capace di gesti umani semplici e immediati, prima di tutti i metabolismi.
I fatti invece, per nostra fortuna, testimoniano il contrario: Carlo Castagna ne è un esempio. Una radice cristiana, popolare, ignorata per decenni da politici e intellettuali, permane nel tessuto italiano molto più di quanto pensiamo, e si esprime in questi gesti limpidi, che oggi ci sembrano fiori cresciuti nel deserto mentre esprimono la normalità dell'esistenza cristiana.
Perché la normalità dell'esistenza cristiana è tutta nel segno dell'eccezionalità. È l'eccezionale fatto quotidiano, che entra non solo nelle riflessioni ma anche nella minestra, nel letto da rifare, nei piatti da lavare, nelle tasse da pagare.