«Perfida, ma meravigliosa»

(...) A lui avevano infatti dedicato, e organizzato proprio nei mesi scorsi un grande premio a Santa Margherita. Lui amava davvero la sua città. «Perfida - diceva - ma meravigliosa». Ricordava sempre: «Le ho dedicato, anche se molti non lo hanno capito, l’ultima mia canzone». Già. Si intitola Genova e la luna, vengono le lacrime agli occhi quando la si ascolta.
Negli anni Sessanta era la Foce il punto di ritrovo degli artisti genovesi, una Foce dove la spiaggia era una coperta di sassi, dove i pescatori dalle mani nodose giovacavano a bocce e non c’era ancora la moderna Fiera del Mare, i depuratori non erano necessari. Bruno era sempre là. C’era con lui un poeta che definivamo tutti «maledetto». Si chiamava Mannerini. Sulle panchine di via Casaregis e di via Rimassa, Lauzi si beava dei versi di questo amico maledetto. Ogni tanto arrivavano anche Tenco e Bindi: «Sembra un destino - diceva Bruno sorridendo - Chissà perchè i futuri grandi musicisti vengono tutti qui alla Foce, forse per giocare a bocce...».
Amava recitare. Ogni volta che ci vedevamo Bruno diceva: «Caro Vittorio, tu sei stato il mio primo regista!». Erano anni deliziosi, usciti dalla guerra c’era una gran voglia di stare insieme, di confrontarsi, di far crescere insomma, per quanto si poteva, anche la città e tanta voglia di divertimento. Lauzi amava recitare. Sul palcoscenico andava per la maggiore uno strano testo che per tutti noi divenne mitico e che ancora oggi viene ricordato con grande commozione. Si intitolava L’omonimo, di uno stravagante autore francesce. Lauzi era l’attore principale, si divertiva un mondo e, quando sulle piccole ribalte dei teatri cittadini andava in proscenio, erano applausi infiniti.
Poi la musica, il successo, le straordinarie canzoni, ma sempre in un certo senso un po’ staccato da tutti gli altri. Ogni volta che i giornali parlavano dei cantautori genovesi li citavano sempre in quest’ordine: De André, Paoli, Lauzi. Un giorno lo confessò: «Ma perché sempre terzo? Ora gli faccio vedere io!» e scrisse Ritornerai. Amava Genova certo. Gli avevo proposto di essere il mio primo ospite del programma su Primocanale I miei primi settant’anni. Davanti alla proposta aveva sorriso, come a dire: «Non sono conciato molto bene!». Aveva forte il senso dell’umorismo e della sottile ironia.
Rapallo, lo scorso anno, gli diede il premio alla carriera. Lo accolse con un entusiasmo infantile: «Una serata indimenticabile - la ricordava - con il pubblico commosso fino alle lacrime». Tutto aveva perso Bruno, ma non la voce. Anche poche settimane prima della fine, quell’ultima volta che si era seduto a un tavolino, in un vicolo del vecchio centro storico, diceva: «Spero che questa voce continui a cantare. È il senso della mia libertà».