Perfido e autoritario il Fabrizi segreto raccontato dal figlio

Giuseppe Marino

da Milano

«Simbolo della bonarietà romana». Su qualunque biografia di Aldo Fabrizi questa definizione non manca mai. E come altro etichettare il don Morosini di Roma città aperta, l’indimenticabile Mastro Titta, boia sentimentale di Rugantino. La maschera immortale dell’attore romano, anche quando s’ingrugna nell’atteggiamento severo della guardia che rimbrotta il ladruncolo Totò, sprizza bonomia da tutti i pori. «Ma ‘dde che?», direbbero nella capitale. A dare retta al libro di memorie («Aldo Fabrizi, mio padre», ed. Gremese) scritto da Massimo Fabrizi, uno dei due figli dell’attore, emerge un ritratto intimissimo che rivela un personaggio completamente diverso: un istrione, sempre pronto alla battuta acuta, ma anche un uomo egocentrico, severo e dispotico con chi gli sta vicino. Al punto da imporre la sua legge in casa anche dopo aver abbandonato il tetto coniugale, dopo che la moglie aveva scoperto una sua tresca con la cantante Lisetta Nava.
E per di più una lingua al vetriolo, che stroncava i colleghi con la stessa facilità con cui umiliava i pizzaioli incapaci di preparare un “supplì” di riso come tradizione comanda. «Da buon accentratore - scrive il figlio - Fabrizi soffriva l’ombra degli altri e, quanto più gli altri erano “grossi” tanto più il cono d’ombra era eclissante».
La diva Anna Magnani, «Annarella, il suo alter ego femminile», al suo fianco in Roma città aperta? «Gode di una fama immeritata», diceva il grande Aldo: «Quanno recita, tu guardeje le mano: nun sa ndò mèttele», riporta il figlio nel dialetto romano purissimo e ormai scomparso in cui Fabrizi sempre si esprimeva. Arrivando anche all’insulto, come nel caso di Roberto Rossellini. Sul maestro del neorealismo, Fabrizi racconta al figlio un episodio dissacrante a riguardo della celebre scena in cui la Magnani «mentre corre verso il camion dei rastrellati, cade malamente, interpretando senza volerlo una delle scene più naturali di tutto il film». E Rossellini? «Jela voleva fa ripète - raccontava Aldo - perché sur copione nun c’era scritto che cascava!». Giudizi pesanti, ma non riportati nel dettaglio, l’attore li avrebbe riservati anche ad altri mostri sacri, a partire da Mastroianni, mentre verso Nino Taranto, al suo fianco in tante pellicole indimenticabili, fuori dal set «si comportavano con freddezza, come non si conoscessero». Solo su Fellini, che aveva spesso frequentato casa Fabrizi prima di diventar famoso, «Mastro Titta» non diede mai giudizi, tranne una volta: «Federico è un gran bugiardo. La bugia fa parte di lui».
Parole dure, ma pronunciate in momenti privati. Riportate senza troppo pudore, 16 anni dopo la morte del padre, da un figlio che mostra di averne sempre sofferto l’autorità, la capacità del grande attore di richiamare su di sé le luci della ribalta, lasciando nell’ombra chi lo circonda. Massimo Fabrizi, che di mestiere fa il musicista, racconta così di uno schiaffo che gli allentò il padre: «Non avevo sei anni e, durante una cena tra parenti e amici, rifiutai di bere un sorso di vino. “Nun me piace!”, azzardai. Era un mio giudizio. Lo schiaffo arrivò velocissimo». Un episodio che sembra bruciare ancora: «Questo schiaffo m’ha fatto conoscere l’altro lato del suo carattere, quello che non ammetteva che chicchessia esprimesse un giudizio personale ed esercitasse il proprio diritto al diniego, tanto più se era un bambino a dire no a un grande che stava offrendo».
Tanto duro è il giudizio del figlio verso il Fabrizi padre, quanto lusinghiero, quasi adorante, è quello verso l’attore: esemplare il racconto di come Aldo, ancora un perfetto sconosciuto, autore di qualche canzone per Regginella, abbia saputo svelare il suo amore per la star del varietà degli anni ’20, conquistando lei, la famiglia (diffidente verso un pretendente troppo umile) e il pubblico. Quella volta che, salito sul palco, alla poco conciliante platea romana che lo insultava, chiedendo di lasciar spazio alla cantante, lui si rivolse così: «Io e Regginella se volemo bene... dietro a le quinte c’è la futura mi’ socera, ma si seguitate a strillà e a dimme parolacce, me sa tanto che la mano de Regginella me la posso puro scordà!». Fischi zittiti e giù applausi commossi. Dal matrimonio con la cantante, al secolo Beatrice Rocchi, nasceranno due gemelli, uno dei quali è appunto Massimo. Che nel libro rievoca anche i dettagli della lunga agonia di Fabrizi, morto nel 1990 a 84 anni. Il racconto di una fine triste e solitaria, messo nero su bianco da un figlio che tenta così di riappropriarsi di un papà sentito sempre troppo lontano. Nel libro si parla di un «ostracismo» dell’ambiente cinematografico che «gravava su Fabrizi negli ultimi anni», di «innegabili e inspiegabili assenze» al capezzale dell’attore ammalato dei tanti grandi personaggi con cui l’attore aveva recitato in quasi 70 film, in teatro e in tv. Assenza che è proprio il figlio-biografo a ricondurre al «carattere difficile» del padre.
Ai fan conviene forse saltare certi passaggi. Guardare ancora una volta i suoi film, studiare quell’espressione inconfondibile, limitandosi a cogliere i dettagli utili a cancellare l’immagine troppo stereotipata del «simbolo de Roma». Anche perché, altra sorpresa, a Fabrizi, la Roma «troppo chiassosa e volgare» che vedeva crescere non piaceva. Nemmeno come tifoso. La sua squadra del cuore? Era il Napoli.