«Pericu, un Pilato che non sa la Storia»

È impressionante osservare come, nel dibattito che sta accompagnando la notizia della costruzione della moschea genovese e il suo affidamento all'Ucoii (Unione delle Comunità ed organizzazioni Islamiche in Italia), sfugga alla maggior parte dei protagonisti e degli osservatori la reale dimensione delle questioni in gioco. Il sindaco Giuseppe Pericu, ad esempio, ha dichiarato che «sarebbe una cosa bellissima» se i francescani e la comunità islamica genovese trovassero un'intesa per realizzare la moschea, anche se «noi non c'entriamo, non abbiamo un soldo per aiutare a costruire chiese o moschee: anche perché la religione, in un regime liberale, va garantita a tutti ma è un fatto privato, e le procedure per la moschea sono e saranno dello stesso tipo di tutte le altre pratiche urbanistiche». Ma come? È possibile che Pericu non riesca a distinguere la costruzione di una chiesa da quella di una moschea, rifugiandosi pilatescamente dietro lo schermo protettivo del laicismo à la mode, secondo cui «la religione è un fatto privato»? E, ancora, come può il primo cittadino della Lanterna ridurre una questione tanto complessa come la costruzione di una moschea, così gravida di conseguenze sul piano sociale, ad una mera «pratica urbanistica»?
Spaventa che il più alto rappresentante di una grande città, chiamato dalla natura del suo compito a difendere i principi e i valori su cui una comunità cittadina si regge, metta la testa sotto la sabbia e non affronti a viso aperto i problemi e le sfide poste dalla presenza di altre culture e di altre religioni sul territorio urbano. Sfugge a Pericu, ad esempio, che la costruzione di una moschea è cosa ben diversa dalla costruzione di una chiesa. Infatti, mentre l'edificio sacro è coessenziale al cattolicesimo, in quanto proprio nella liturgia e nel sacramento avviene l'incontro tra umano e divino, così non accade con l'islam, per il quale il rapporto tra uomo e Dio non è mediato né da un clero né da qualcosa di paragonabile al sacramento cristiano. I musulmani che in Italia frequentano le moschee, così, sono soltanto il 5% di quelli presenti sul territorio nazionale. Inoltre, mentre la costruzione di una chiesa non pone problemi allo Stato italiano in virtù del Concordato, che riconosce e sancisce il legame storico e spirituale tra il cattolicesimo e la nostra nazione, la costruzione di una moschea avviene invece al di fuori di un qualsiasi accordo di base con una un'istanza rappresentativa e riconosciuta come autorevole da tutti i musulmani che vivono in Italia - un'istanza a tutt'oggi inesistente. Infine, il dato più inquietante che Pericu sembra ignorare - quello che, per i suoi risvolti sociali e civili, interessa più da vicino un amministratore della cosa pubblica - è quello che da tempo ha segnalato Magdi Allam: le moschee, lungi dal favorire una autentica integrazione, non di rado si rivelano essere fonte di chiusura della comunità islamica su se stessa, fattori di auto-ghettizzazione identitaria incapace di dialogo con le altre componenti della società. Un dato, questo, aggravato dal fatto che molte moschee - come ha scritto lo stesso Allam - «sono colluse con il terrorismo internazionale di matrice islamica e fanno apologia di terrorismo legittimando il jihad, inteso come guerra santa, e esaltando i kamikaze come “martiri”. È un dato di fatto che all'interno di alcune moschee si genera quel lavaggio di cervello che trasforma delle persone umane in robot della morte». E aggravato dal fatto che l'Ucoii, l'organizzazione che gestirà anche la moschea genovese, sostiene apertamente il fondamentalismo jihadista, arrivando a giustificare l'azione dei kamikaze contro gli «infedeli» e a teorizzare la distruzione dello Stato di Israele. Per questi motivi, ridurre la questione della costruzione della moschea a Genova a mera «pratica urbanistica», come ha fatto il sindaco Pericu, significa tapparsi gli occhi di fronte alla realtà e alimentare, più o meno volontariamente, quella miscela esplosiva di fondamentalismo islamico e auto-lesionismo nostrano che è, di questi tempi, il più grande pericolo per la tenuta civile e sociale delle nostre città.