PERIFERIE Dov’era l’anima della città

Il grande problema, per chi oggi vuol capire come va il mondo, è quello di stabilire gli indicatori adatti in un momento in cui la crisi sembra coinvolgere proprio gli indicatori. Si rende necessario cercare altri luoghi, altri suggerimenti, lasciarci trasportare dal fiume della realtà, badando bene di evitare i mulinelli e di spostarci al centro del flusso principale. E cominciare a porsi le domande giuste.
C’è, poi, la gente come il sottoscritto, antropologi da strapazzo, poetastri del sociale, a cui piacciono i posti sbagliati. Mi trovo, ad esempio, in via Riva del Garda, nella periferia sud di Milano. A sud la città è corta. Ancora un centinaio di metri e comincia la fertile campagna, dove l’edificazione ricevette lo stop tanti anni fa, e questo stop in gran parte resiste tuttora.
È una zona di bonifiche, come gran parte di Milano. La prima cosa in cui si imbatte chi viene a Milano in questo periodo non sono né la Madonnina né la Scala ma i lavori in corso, dai quali - per la prima volta dopo tanti anni - ci si aspetta non solo disagio (come vuole la macchietta del vecchio milanese polemico) ma anche qualcosa di buono. Ma il posto dove sono adesso è uno di quei vecchi luoghi della periferia milanese che di queste novità non ne vuole sapere, e da otto anni resiste a tutti gli attacchi, sfratti compresi. Si chiama Trattoria Primavera, e l’aspetto, entrando, è quello del vecchio periferico bar Sport o bar Commercio o bar del Combattente: poca luce, il lungo bancone che ha visto più calici di bianco che tazzine di caffè, l’odore che, al solito mix di vino caffè e fumo depositato negli anni andati (ma rappreso e imprigionato dal pavimento, dalle carte da parati, dal legno dei tavoli) aggiunge quello di una buona cucina economica. Questa però è solo l’anticamera delle meraviglie: la prima è un giardino ombreggiato che, nella stagione calda, fa da ristorante. Con la stessa spesa di un menu McDonald's si pranza benissimo in un ambiente da sogno, con angoli diroccati e avvolti dall’edera che sembrano uscire da certe riviste trend d'arredamento.
La seconda meraviglia è un grande salone, che si trova alle spalle del bar, con i tavoli disposti ordinatamente lungo tre lati e con una pedana sul quarto, dove ha (o aveva) posto l’orchestrina per le serate danzanti. Qui è l'esistenza dei colori a colpire l’occhio: nessun film a colori, infatti, ospita un ambiente come questo, e la memoria è costretta a tornare al bianco e nero. Un pezzo di Anni Cinquanta sopravvissuto non si sa come a tutte le crisi del mondo si presenta alla nostra commozione.
Ma il bello viene quando, oltre una porta, ci si trova in un ambiente enorme, completamente coperto: la sede della gloriosa Bocciofila Cavallino. Qui niente dev’essere cambiato negli ultimi quarant’anni. L'ambiente è deserto, si capisce che l’attività sociale langue. Solo quattro uomini anziani intenti, nella penombra, a una partita a briscola, il calice a fianco, si voltano al mio passaggio. Due di loro tengono la sigaretta, spenta, tra le labbra, e mi guardano con l’occhio un po’ liquefatto in cui il vino e la vita si fondono inesorabilmente, la vita col suo dolore, il vino col suo potere anestetico che col tempo si è trasformato in un dolore in più.
In una città con una forte vocazione alla postmodernità un luogo come questo diventerebbe un locale alla moda, e in seguito potrebbe aspirare alla qualifica di museo. Si tratta infatti di un vero e proprio museo di una Milano che è esistita, e che non esisterà più, ma finché c'è stata ha avuto un senso e una forza che la Milano odierna fatica a ritrovare.
Milano, però, non ha nessuna vocazione alla postmodernità e al romanticume, e perciò è probabile che, dopo otto anni di sfratto, qualcuno decida di passare alle vie di fatto, cancellando dal tessuto cittadino la Trattoria Primavera e la Bocciofila Cavallino con tutta la loro commovente bellezza.
La zona dove sorge la Bocciofila è, come detto, in fase di rapida bonifica, come molte altre in Milano. La periferia cambia volto, da voce dominante nel dizionario del degrado urbano si sta reinventando con nuove attrattive. Come Lambrate - mecca delle gallerie d’arte più in voga - o come la lunghissima via Savona, nella parte sudoccidentale della città, dove la moda ha stabilito un nuovo avamposto e nelle cui vicinanze sorge la nuovissima Fondazione Arnaldo Pomodoro.
Tutto questo rinnovamento è soltanto agli inizi. Se Armani, qualche anno fa, trasferì armi e bagagli in via Manzoni, oggi è più trendy fare come Dolce & Gabbana, che stabiliscono il loro quartier generale in zona più decentrata, oltre le vecchie mura spagnole. È anche possibile che un prossimo step - stavolta uno step negativo - sia questo: che il problema del degrado passi, e neppure troppo lentamente, dalla periferia al centro della città. I segni non mancano.
Qui, alla Bocciofila Cavallino, si teme il momento in cui lo sfratto diventerà esecutivo. L'intero quartiere è stato acquistato otto anni fa da una grande società giapponese. Intorno a noi, nonostante gran parte della zona mantenga gli stessi edifici di vent’anni fa, si respira un'aria nuova. Il make-up avanza, le strade cambiano faccia, i negozietti sfiziosi fanno la loro comparsa in aree finora vietate, e si ha l’impressione che dei vecchi casamenti popolari non rimanga altro che il guscio.
Ciò nonostante, i problemi rimangono. Mentre scrivo, i miei occhi scappano verso il fondo della via, dove un assembramento di persone e due auto della polizia mi dicono che qualcosa non va. La signora m’informa che è dalla mattina che questa storia va avanti: un nordafricano ha ucciso la sua convivente e poi si è ucciso buttandosi dalla finestra. Quando la zona sarà del tutto bonificata, queste cose non succederanno più. E cosa succederà? A lungo termine non lo sa nessuno, a breve qualcosa forse si può dire.
Oziando sotto gli alberi, le riflessioni maturano, come l'uva. Un amico che ha lavorato ad alto livello nel settore immobiliare mi traccia il quadro. «Vedi, tutto è cominciato quando il governo Berlusconi ha avuto la buonissima idea di aiutare l’economia facendo leva sugli immobili. L’Italia conserva un retaggio contadino perciò il primo capitale rimane la casa. A Milano quasi tutti sono proprietari della loro casa. La crescita dei prezzi degli immobili...».
«Alla faccia della crescita» lo interrompo: «Con l'euro in poppa sono raddoppiati in pochi anni!». «...la crescita del prezzo degli immobili ha dunque aumentato il capitale di moltissima gente. La tua casa valeva mille? Adesso vale duemila. Quando costava poco, tutti hanno comprato. Adesso che costa molto, in molti avranno voglia di rivendere. Erano in tanti ad aspettare questa mossa. Perché credi che ci fossero tante case sfitte, a Milano?».
«Ok, ma a questo punto chi compra?». «Uuuh! I compratori ci sono, altroché. Molti più di prima. Grandi immobiliari italiane, ma anche straniere. Gran parte di Milano, a cominciare da un pezzo del centro, è stata comprata dai giapponesi. Sono stati loro, anzi, i primi artefici del rialzo dei prezzi».
«C’è da supporre, però, che i prezzi cresceranno ancora. A quel punto a chi rivenderanno?». «La scommessa è che i soldi di chi ha venduto casa vengano rimessi in circolo, che i patrimoni scongelati producano altro investimento, che le rendite salgano, che si sblocchi il mercato del lavoro, insomma che la città ricominci a produrre reddito secondo i vecchi standard».
«In questo modo, però, le famiglie che possedevano un bene immobile vengono espropriate. Sarà la fine di un vecchio costume. L’Italia contadina è stata tirata in ballo solo per essere svenduta». «Venduta, non svenduta».
«Ok. Comunque sia, i genitori non avranno più nessuna casa da lasciare ai loro figli». «Però avranno dei soldi, dei titoli con un buon rendimento...».
«Forse. Bisogna metterci un “forse”. Mai lasciare il certo per l'incerto, dicevano i vecchi». «Il fatto è che quei vecchi là sono morti da almeno trent’anni, mentre i vecchi di adesso sono i giovani di allora, che già sbuffavano quando si sentivano dire quelle frasi».
Alt. Qui mi sembra sia stato raggiunto un punto importante, ed è bene perciò sospendere la conversazione. I casi sono due. Se la scommessa viene vinta, ci sarà un’inversione di tendenza e la crescita dei prezzi degli immobili rallenterà a favore di altre forme d'investimento, mettendo così un numero maggiore di persone in grado di acquistare casa, o di stabilire più liberamente altre strategie abitative, come quella di pagarsi l’affitto con i rendimenti dei soldi investiti. Se, invece, la scommessa sarà persa, la vecchia middle class si troverà sommersa in un mare di debiti.
Qui non si sta parlando solo di case. Si sta parlando del destino di un’intera classe sociale e di un certo cambiamento dell’uomo medio italiano, quell’italiano che crediamo di conoscere e che invece non conosciamo più. Basta con i risparmi, basta con lo spendere meno di quello che si guadagna. Mutui! Mutui! Per la casa, per la macchina, per le vacanze alle Maldive, per tutto. Pagamenti rateali. La macchina dev’essere sempre nuova, sempre impeccabile, come il telefonino (guai ai possessori di telefonini obsoleti), e allora che si fa?, si comincia con le cambiali. Tanto poi c’è chi compra i protesti, società specializzate nella compravendita dei debiti. È il business del momento.
Ma di tutto questo si parlerà in altre occasioni. Qui ci è sufficiente applicare il discorso appena fatto all’evoluzione di Milano. Cosa si prevede, a medio termine? Primo. Un allargamento dell’idea di «centro» cittadino. I «centri» vanno fatti, allestiti in continuazione. Il degrado è perenne, dappertutto. Ma il degrado oggi si combatte non con una vera opera di conservazione, che costa troppo (in quanto richiede non solo restauri e interventi, ma una decisione duratura di tipo culturale, sulla destinazione definitiva dei luoghi), bensì con il nuovo. Il centro è in degrado? Facciamone un altro, da un’altra parte.
Questo porterà in breve tempo a smarrire la memoria della città. Qualunque posto sarà uguale a qualunque altro. E non diciamo che la mania di tutelare e valorizzare ogni sasso sia in contraddizione con questa tendenza, perché nulla contribuisce all’indifferenziazione dei luoghi come il metterli sotto teca. L’ipertutela è il primo passo verso il taroccamento, sottraendo un luogo al vivo della sua storia, e rendendolo riproducibile ovunque. Qualcuno dice che è un prezzo da pagare.
Seconda conseguenza. L’abitabilità della città si trasferirà sempre più fuori città. Piccoli centri cresceranno, altre tangenziali più esterne nasceranno. L’attuale difficoltà a decidere riguardo alle infrastrutture da realizzare e alle priorità da rispettare dipende dal fatto che non è del tutto chiara la direzione dello sviluppo. Il nord è saturo, sembra che adesso tocchi all'est, bloccato per tanto tempo dall’aeroporto di Linate - così prezioso ma che non può più fare da tappo alla città. Quello che è certo è che vivere nel centro di Milano, sia pure «allargato», sarà sempre più difficile e costoso.
Intanto, la Bocciofila Cavallino e la Trattoria Primavera resistono allo sfratto. Adesso è più chiaro il perché. Non per amore del passato, non per nostalgia di un tempo che non fu poi così felice, e nemmeno per paura del nuovo. La ragione vera sta nel lungo termine: nel rischio, cioè, che Milano diventi un posto così uguale agli altri che non sarà più possibile preferirla, sceglierla. Perché stare a Milano quando a Parigi si sta meglio? O a Monaco? O a Francoforte? O a Londra?
Questo, perlomeno, è un luogo. I luoghi si formano attraverso le preferenze degli uomini. Bisogna che le ragioni per preferire Milano (ossia per farla esistere come luogo) esistano, e risultino chiare non solo alla finanza e agli immobiliaristi e a chi fa grandi affari, ma alle persone semplici, che formano quel tessuto connettivo chiamato «vita» senza il quale anche il più grande degli affari è solo una bolla di sapone.
(2.Continua)