Pesci-leone, opossum, gamberi, scoiattoli: l'invasione delle specie aliene

Sono arrivati per caso nell'Atlantico dal Pacifico e stanno sconvolgendo gli equilibri della fauna oceanica: ma quello dei lionfish è solo l'ultimo caso di patatrac ecologico di questo tipo. E in mezzo c'è sempre lo zampino dell'uomo.

Luca Fazzo
nostro inviato a Grand Roques
Se ne stanno tranquilli, intorno ai quindici metri di profondità, nelle acque cristalline di uno dei più fantasmagorici mari dei Caraibi: Los Roques, il gruppo di isolotti emerso diecimila anni fa a nord del Venezuela e divenuto alla fine del secolo scorso Parco Nazionale. Per i subacquei che arrivano qui da ogni parte del mondo, i pesci leone - ovvero lionfish, ed in linguaggio scientifico pterois, - sono uno spettacolo affascinante. Anche perchè non hanno paura dell'uomo, e rimangono immobili anche se il sub gli si avvicina a pochi centimetri di distanza.
Il problema è che i pesci leone non hanno paura dell'uomo perchè non hanno paura di nessuno. E fanno bene: in tutto l'Atlantico i piccoli, ma velenosi, pterois non hanno predatori. Loro invece attaccano, eccome: voraci e aggressivi, stanno facendosi largo con la forza in un ecosistema che da tempo incalcolabile aveva raggiunto i suoi equilibri. E in cui i pesci leone non erano previsti: il pesce leone si è sviluppato unicamente a ovest del continente americano, nell'oceano Pacifico. E, non amando le acque fredde, non si è mai avventurato a doppiare Capo Horn per sbucare nell'Atlantico.
Quello che gli pterois non hanno saputo fare spontaneamente, li ha aiutati a farlo il caso, robustamente aiutato dall'uomo. Anche se una verità nei siti scientifici non viene indicata, qui nell'arcipelago non hanno dubbi: tutto è iniziato con un uragano che qualche tempo fa ha investito la costa orientale degli Stati Uniti, distruggendo - tra l'altro - anche un acquario. Tra i pesci dell'ospiti dell'acquario c'erano anche due coppie di pesci leone, e tra di loro una femmina che stava per deporre le uova. Scaraventati nell'Atlantico, invece di restare traumatizzati gli pterois hanno iniziato a riprodursi selvaggiamente. I quattro pesciolini ospiti dell'acquario sono diventati i progenitori di una popolazione di decine di migliaia di esemplari che sta cannibalizzando buona parte del Caribe: a volte direttamente, come nel caso dei pesci pappagallo e delle donzelle di cui il lionfish è ghiotto, ma soprattutto indirettamente, sottraendo risorse alle altre specie. Certo, le cose cambieranno quando qualcuna delle altre specie - come le cernie - si renderà conto che il pesce leone può costituire una buona pietanza: ma i tempi dell'evoluzione sono lenti, mentre i danni che il nuovo ospite dell'Atlantico può provocare sono rapidi e in larga parte irreversibili.
Così dalle autorità oceanografiche venezuelane è partito l'ordine, brutale ma inevitabile: ammazzate i pesci leone. Chiunque incontri uno di questi pittoreschi abitanti delle acque è autorizzato e anzi invitato a ucciderlo con ogni mezzo a disposizione. Ma che sia la buona volontà dei sub a poter fronteggiare l'invasione è improbabile. Anche perchè il sistema «licenza di uccidere» non ha dato grandi risultati in nessuno degli altri casi di invasione di habitat registrati negli anni passati qua e là per il mondo: quello degli opossum in Nuova Zelanda, dello scoiattolo americano in Europa e del gambero del Mississipi nell'Italia centrale.
La storia dell'opossum è la più clamorosa. Importato dagli inglesi in Oceania come animale da pelliccia, il roditore - che si è ritrovato privo di predatori esattamente come il pesce leone in Atlantico - si è riprodotto in modo esponenziale con effetti catastrofici sulla flora neozelandese, in particolare sulle foreste di kauri che coprono buona parte dell'isola settentrionale. Per combattere l'invasione si è provato di tutto: dalla guerra batteriologica, cercando di fare ammalare gli opossum con virus contagiosi, a schiacciarli con le auto. Niente da fare.
La stessa cosa accade in Italia, quando ad un allevatore viene la buona idea di importare per la sua attività gamberi di fiume dall'America del nord. Poi l'allevatore fallisce, i gamberi invece di venire isolati e soppressi vengono liberati e succede un disastro. I gamberi americani sono più aggressivi, voraci e robusti di quelli italiani. Dal lago di Massaciuccoli, in Toscana, il nuovo abitante si sparge per tutto il centro Italia, grazie alla sua estrema mobilità che gli permette di percorrere fino a cinque chilometri all'asciutto. Dove arriva, fa disastri, bucando le sponde dei giumi e facendo crollare gli argini. L'unica soluzione, anche qui: mangiarli, anche perchè fortunatamente hanno un buon sapore. Ma la loro capacità riproduttiva si è dimostrata superiore anche alla pesca più intensiva.