Petrini, il buongustaio

Mentre era nel caos di New York in trasferta promozionale, Carlo Petrini - il fondatore di Slow Food - sentì suonare il cellulare. Il teorico del mangiar lento cavò l’aggeggio dalla giacca spiegazzata e rispose di malavoglia perché, una volta tanto, aveva fretta. «Tì!», esclamò una voce dall’altro capo dell’oceano. Era il tipico «Ei, tu!» che i piemontesi riservano agli amici. Il braidese - da Bra, nelle Langhe cuneesi - riconobbe il corregionale Piero Fassino. «Tì, Carlin - ripeté il capo ds -, at piase entrare nel gruppo dei 45 saggi che costruiranno il nostro sublime Partito Democratico?». Preso alla sprovvista, Carlin aprì la bocca e gli dette fiato. «Si può fare», disse e il patto tra il filiforme ex comunista e il profeta del mangiare «buono, pulito e giusto» fu stretto.
È così che in primavera il guru della Bottarga di Orbetello e del Lardo di Colonnata venne cooptato tra i fondatori del partito che sta per essere affidato a Walter Veltroni. Un esempio di come l’italica sinistra si aggrappi ormai a ogni cosa nel tentativo di sopravvivere.
La scelta di Fassino, sia chiaro, non mancava di saggezza. L’enogastronomo Petrini è tra i massimi salvatori mondiali delle specie in estinzione. Si deve a lui se ancora si producono il fagiolo nero di Tolosa, la salsiccia Mirandese (Portogallo), il Rancio secco del Roussillon o il Miele di Melipona (Brasile) e - avrà pensato Fassino - se tanto mi dà tanto mi metto in lista anch’io. Intorno a questa missione di difendere «saperi e sapori» in giro per la Terra l’enogastronomo, ha creato un impero. Slow Food - il cui simbolo è una lumaca - è sparso in 122 Paesi, conta 83mila iscritti - 40mila in Italia -, ha un giro di affari di 20 milioni di euro. Un’autentica potenza anche per la deferenza che gli adepti hanno verso il loro guru, pronti a seguirne le indicazioni ogni volta che schiude le labbra graziosamente ornate di una barbetta sale e pepe.
Da tempo l’ex Pci ha messo gli occhi sul gastronomo che considera una sua riserva di lusso. La prima a farci un pensierino è stata la ministra ds della Sanità, Livia Turco, cuneese pure lei, ma di Morozzo, borgo celebre per i capponi natalizi. Nell’ottobre 2006, Livia ha infatti proposto di affidare a Petrini la supervisione dei menù ospedalieri della Penisola. L’iniziativa si fonda su un’esperienza vissuta dal Carlin sulla propria pelle. Sette anni fa, il gourmet fu aggredito da un virus del fegato. Si temette per la sua vita, perse la pancetta che lo caratterizzava e divenne uno stecco. Salvato per il rotto della cuffia, trascorse la convalescenza nell’ospedale di Cuneo.
Stufo di mangiare cibi senza sapore, andò dall’economo e fecero insieme due conti. L’ospedale destinava il tre per cento del bilancio alla mensa comprando pessima merce all’ingrosso. Passando dal tre al sei -spiegò il bon viveur - poteva invece approvvigionarsi direttamente dai contadini locali. «Un’inezia - osservò il Carlin -. Basta pagare un po’ meno il primario». Così, fu prima messo a dieta il primario e poi cambiata quella di pazienti che oggi mangiano cibi freschi del territorio con contestuale rilancio dell’agricoltura cuneese. Questa filosofia equo-solidale, tipicamente carliniana, potrebbe estendersi a primari e degenti di tutta Italia se andrà in porto l’idea della Turco di affidarsi al guru langarolo.
In 58 anni di vita, il Carlin non si è mai mosso dalla natia Bra. Gira il mondo per i suoi affari cibari, ma torna sempre lì. Considerato un’istituzione cittadina, è il datore di lavoro di metà degli abitanti.
Il quartiere generale di Slow Food è nel centro di Bra, in Via della Mendicità Istruita. Formano lo staff 120 giovani - volontari, poco pagati, molto motivati- russi, sudamericani, africani che hanno il compito di tenere i contatti - e devono perciò parlarne le lingue - con le comunità contadine di Slow Food sparse nel pianeta. Sono i cosiddetti Presidi, ossia estreme difese delle prelibatezze che, se non protette, sparirebbero dalle mense uniformate del mondo globalizzato: la Fava Larga di Leonfonte (Sicilia), il Geltost artigianale del fiordo di Sogno (Norvegia), la Fragola bianca di Purèn (Cile), la Tsamarella di Cipro e altre essenzialità del genere.
I dirigenti della conventicola sono tutti braidesi, compagni di scuola e di bar del Carlin: il pr, Walter Musso; l’ex sindacalista, Silvio Barbero, responsabile dell’organizzazione; Roberto Burdese, capo di Slow Food Italia ed ex tuttofare del Carlin (che, invece, è presidente di Slow Food mondiale); Gigi Piumatti, curatore della Guida dei Vini pubblicata da Slow Food editore, ecc. Lo stesso piemontesicentrismo ammanta le iniziative collegate. L’Università enogastronomica di Pollenzo è a due passi da Bra. Si svolge invece a Torino il Salone del Gusto, rassegna biennale di cibi esotici che attira un vasto pellegrinaggio di folle golose, naturiste e di meditata digestione.
Sempre a Torino ha avuto luogo due anni fa l’ultima nata, Terra Madre, mega riunione delle comunità contadine dei Presidi. Seimila furono i villici ospitati nei cascinali cuneesi e gli affari andarono alle stelle. Ci fu però una disavventura: i contadini del Camerun che si erano presentati al convegno in costume tradizionale, se la svignarono poi in abiti occidentali andando a gonfiare le file degli immigrati senza permesso. La faccenda si risolse per il Carlin in una dolorosa lezione. I suoi protetti avevano infatti preferito la clandestinità in Italia alla sua sognante pretesa di vederli felicemente intenti nella coltivazione di una rara cipolla dell’altipiano camerunense.
All’idealismo di cui il Carlin abbonda, fa da contraltare una impressionante capacità di intercettare finanziamenti. Ne prende da ogni dove, senza distinzioni politiche. Per Terra Madre raccolse sei milioni di euro dall’allora Governatore piemontese del centrodestra, Enzo Ghigo, dal Banco Sanpaolo e altri capitalisti locali. Tra i suoi finanziatori più zelanti all’epoca del governo Berlusconi, il ministro dell’Agricoltura di An, Gianni Alemanno. Oggi, che impera la sinistra, lo sovvenzionano a piene mani la presidente della Regione Piemonte, l’ulivista Mercedes Bresso, imprenditori, dame chic ed enti vari.
Petrini ha fan illustri dovunque. Tra gli adepti, il principe Carlo d’Inghilterra venuto a Torino per il Salone del Gusto, il re di Norvegia e diversi maggiorenti legati al culto del mangiar lento ed equo-sostenibile. Quando il Carlin va nel Terzo Mondo è ricevuto come un Capo di Stato da comunità tribali, tirannelli locali, ministri. All’epoca della sua malattia, la Fiat - con la cui dirigenza ha ottimi rapporti - si occupò non solo di trovargli i migliori specialisti di infezioni virali ma gli mise anche a disposizione l’aereo per ricoverarlo in Gran Bretagna.
Nonostante il fanatismo che lo circonda, Petrini fa vita monacale. Ha fama di non toccare un centesimo della girandola di euro che lo avvolge. Campa delle sue collaborazioni giornalistiche, prima all’Unità, poi alla Stampa, oggi a Repubblica. Abita in un appartamentino di Bra, accudito dalla segretaria braidese di Slow Food che lo adora. Ha un vestito per l’estate, uno per l’inverno e una cravatta che mette per incontrare il principe Carlo. Si concede due distrazioni l’anno. Una per andare in bici con gli amici dalle Langhe al mare della Liguria, sciroppandosi alcune centinaia di chilometri. L’altra per recarsi alla corsa dei tori di Pamplona nella festa di San Firmìn.
Non è sposato, non ha fidanzate, non è mai stato visto con una donna. Finché la mamma era viva trascorreva le serate con lei. Da giovane militava nel Manifesto, poi è passato a Pdup e in questa veste è stato consigliere comunale. Ovviamente, di Bra. Amante della musica, è presidente del Club Tenco e animatore di un’antica tradizione locale, Canté i’euv (Cantare l’uovo), che consiste nel bisbocciare in gruppo di cascina in cascina cantando e strimpellando, accolti con mense imbandite di vini, salami e tome.
In base a tutto ciò, c’è chi considera il Carlin una specie di prete laico che sublima le proprie energie per l’astratto piacere di essere un profeta del cibo e un protettore delle civiltà contadine primitive. Non gli manca una consapevolezza filosofica di tipo rurale, mezzo edonista, mezzo solidarista. Odia Ogm e pesticidi, definisce contadini e pescatori «gli intellettuali della terra e del mare» e compendia il suo credo nella formula: «Un ambientalista non gastronomo è triste. Un gastronomo non ambientalista è sciocco». Per queste sue virtù, è stato più volte segnalato per il Nobel della pace, lo stesso che sfuggì a Gandhi. Di lui, va tuttavia segnalato un difetto: abituato ai salamelecchi di tanti, si inalbera alla minima critica. Già un articolo come questo - quasi reverente - è capace di mandarlo in bestia.
Se ne farà una ragione. Noi cercheremo di farcela che si sia lasciato abbindolare da Fassino.