Petrolio a 67 dollari In America risuona l’allarme sul deficit

Negli Stati Uniti il prezzo della benzina sfonda i due dollari al gallone

Rodolfo Parietti

da Milano

Anche se il presidente della Fed Alan Greenspan ha messo quasi la sordina al caro-petrolio (la Fed non vede infatti l’inflazione come una potenziale fonte di pericolo nel medio termine), l’America comincia a soffrire sempre più l’incessante salire delle quotazioni del greggio, giunte ieri a New York per la prima volta a quota 67,10 dollari e a 66,5 dollari a Londra sui timori legati all’incapacità dell’industria della raffinazione di reggere il ritmo della domanda.
George W. Bush è già corso ai ripari avviando la macchina che incentiva il ricorso all’energia alternativa (nucleare in primis) e autorizza le trivellazioni in Alaska, ma intanto per gli automobilisti Usa le soste alle stazioni di servizio stanno diventando un incubo. Il gallone di benzina unleaded ha ormai scavalcato negli Stati Uniti la barriera psicologica dei due dollari. E anche se restano lontani i livelli del marzo ’81, quando la benzina aveva raggiunto 1,417 dollari (ovvero oltre 3,1 dollari a valori attualizzati), la consolazione è ben magra. Al punto che il 64% degli americani è convinto che la forza dell’oro nero e della benzina finiranno per pesare sui portafogli nei prossimi sei mesi. Una virata d’umore, nonostante una crescita economica ancora sostenuta e la migliorata situazione del mercato del lavoro, puntualmente testimoniata dalla caduta in agosto, alquanto imprevista, dell’indice sulla fiducia dei consumatori (da 96,5 a 927).
È un campanello d’allarme da non sottovalutare, seppur a una discesa della consumer confidence non sempre corrisponda un calo successivo delle vendite al dettaglio. Ragionando sulla base dell’attuale quadro petrolifero, la situazione non può che peggiorare. Anche perché se i listini carburanti danno la misura più immediata di quanto sia alta la febbre petrolifera, l’America sta pagando altri dazi al caro-greggio. Potenzialmente pesantissimi, in prospettiva. A cominciare dall’aumento (anche questo imprevisto) del deficit commerciale, salito in giugno a 58,82 miliardi di dollari dai precedenti 55,4 miliardi. Un andamento negativo imputabile soprattutto alle importazioni di greggio (più 8,7%), non controbilanciate dall’export (fermo probabilmente a causa del rafforzamento del dollaro). Se si considerano i ripetuti record messi a segno dal greggio in luglio e nel corso di questo mese, è ipotizzabile un ulteriore deterioramento del passivo commerciale, con probabili conseguenze negative non solo sull’espansione del Pil del secondo trimestre (più 3,4% secondo le stime), ma anche sullo sviluppo del terzo trimestre.
L’accentuarsi del disavanzo pone inoltre problemi sul fronte valutario, riproponendo il nodo degli squilibri strutturali Usa (tra i quali il deficit federale e quello delle partite correnti), per mesi fonte di indebolimento del dollaro. Il recupero di ieri del biglietto verde rispetto all’euro (a quota 1,248) è per gli analisti solo il frutto di prese di beneficio temporanee, e già nelle prossime settimane l’euro potrebbe risalire fino a 1,26. La prova che il recupero del dollaro ha il fiato corto è rintracciabile del resto nell’andamento dell’oro, che ieri ha sfiorato i 450 dollari l’oncia tornando ai massimi da 17 anni.
In caso di ulteriore apprezzamento della moneta unica, le ripercussioni sulla crescita di Eurolandia non si farebbero attendere. La crescita dell’Italia tra aprile e giugno (più 0,7%) sembra infatti avere avuto come matrice il rilancio delle esportazioni reso possibile proprio dal cambio più leggero.