È più facile divorziare che uscire dal Dico

La convivenza comincia con una raccomandata ma come svincolarsi è incomprensibile

Dico o non Dico? Forse sarebbe meglio affrontarli, fin da subito, i dubbi che sorgono spontanei con il provvedimento-pateracchio messo a punto dalla coalizione di Romano Prodi. Forse sarebbe meglio prender nota in tempi non sospetti dei paradossi e delle contraddizioni che, come dire, potrebbero incrinare la soavità di un rapporto di convivenza. Ciò che abbiamo raccolto e forzatamente sintetizzato nelle righe che seguono sono solo alcuni dei punti più controversi contenuti nel provvedimento sui quali molti cittadini chiedono risposte certe al legislatore e agli avvocati matrimonialisti. Che avranno di che sbizzarrirsi nelle settimane a venire.
La lettera. Basta una raccomandata, spedita dalla persona con cui si convive e, dall’oggi al domani, ci si ritrova ufficialmente legati dai vincoli che regolamentano le coppie di fatto. In buona sostanza ci si ritrova legati anche se la dichiarazione di convivenza non è stata resa contestualmente da entrambi i conviventi. Il convivente che l’ha resa deve darne comunicazione, mediante una lettera raccomandata, con avviso di ricevimento, al partner. Il quale prende atto del suo nuovo status e si adegua; oppure oppone ricorso, con tutte le complicazioni del caso.
Sportello anagrafe. Tanto per essere chiari la lettera di cui sopra non arriva dopo un rito simile al matrimonio civile celebrato davanti al sindaco o a una persona delegata, ma semplicemente dopo che la convivenza sotto lo stesso tetto viene certificata dal documento di residenza che si ritira allo sportello dell’ufficio anagrafe.
Come liberarsi da un Dico. È sicuramente uno dei punti più delicati lasciati nel limbo dell’incertezza dal provvedimento del governo Prodi. In altre parole non è affatto chiara la procedura da seguire per «divorziare» dopo aver siglato l’unione di fatto con un Dico. Basterà registrare all’anagrafe un cambio di residenza o dovrà essere inviata un’altra raccomandata per «recedere» dal contratto?
Divorzio nebuloso. Non è chiaro nemmeno quando si possa dire che la convivenza è cessata. Sembra di capire che ciascuno, anche unilateralmente, potrà dichiarare all’anagrafe la cessazione della convivenza ma le nuove norme precisano che chiunque potrà fornire la prova che la convivenza è terminata in data diversa rispetto alle risultanze anagrafiche.
Reversibilità sospesa. A questo proposito, visto che con la cessazione del rapporto verranno meno invece i diritti successori che il progetto di legge riconosce ai conviventi, è scontato che le nuove norme saranno alla base di controversie tra il convivente superstite e gli eredi dell’altro. Per quanto riguarda la reversibilità è tutto rinviato alla riforma generale della previdenza che stabilirà la durata minima della convivenza.
Eredità. Il concetto della «tessera a punti» come la carta fidelity dei supermercati insito nel ddl emerge anche per quest’altro delicato tema. Dopo nove anni di convivenza scatterà secondo il disegno di legge il diritto alla cosiddetta legittima. Anche in questo caso le liti in tribunale si eviteranno solo in assenza di altri parenti.
Abusi in vista. Il Dico riconosce la possibilità al convivente extracomunitario di chiedere il permesso di soggiorno per convivenza. Accertare l’esistenza effettiva di una vita in comune della coppia non sarà sempre facilissimo.