Il più grande studio tv del mondo per il più grande partito d’Italia

RomaIl jingle musicale, il più grande studio televisivo del mondo e la politica. L’ambizione più grande, ieri, era tenere insieme queste tre cose, nel giorno del battesimo del Pdl. Entri nel grande spazio della Nuova Fiera di Roma e, lì per lì, non capisci. A prima vista, da dentro, la scenografia sembra molto sobria. Un poderoso apparato di schermi sullo sfondo, un palco imponente, sette grandi plasma che si combinano sul palco, in verticale, e in mezzo uno che può sembrare un monolite stile «2001 Odissea nello spazio», che inquadra l’oratore. Poi, però, i primi delegati che iniziano a popolare la sala si fanno delle domande: «Ma dove sono i fiori?», «Come mai ci sono così pochi colori?».
Effettivamente, l’immenso capannone, apparentemente, non offre molti diversivi: il palco, l’immensa platea, un check-in rigoroso per separare i delegati dagli invitati, il grande perimetro del quadrato giallo che delimita il settore dei giornalisti. Poi, dopo un po’, capisci che il senso è un altro. Per la prima volta, i principali destinatari della coreografia non sono i partecipanti al congresso, ma gli spettatori da casa, quelli che stanno dall’altra parte dello schermo. Allora torni a guardare la scena, il palco, i fondali laterali neri, le postazioni video e ti rendi conto che la scena del congresso è, prima di tutto, un immenso studio televisivo. Se poi vai a cercare la regia di questo studio, se ti addentri fra i camion delle produzioni, in mezzo ai loghi delle grandi televisioni, ne trovi uno senza contrassegni, bianco. È quello da cui Euroscena trasmette il segnale a tutte le altre emittenti. È il cuore di tutto il congresso. Sali a bordo, bussi, superi qualche iniziale diffidenza, e ti trovi davanti uno dei più famosi registi della televisione italiana, Giuseppe Sciacca. Il maestro sorride, scherza: «Avevo appena finito le prove della Corrida di Gerry Scotti e sono dovuto venire qui».
Così, tutto diventa più chiaro. La squadra di regia nella nottata precedente al congresso è rimasta nei capannoni lunari della Fiera fino alle 2. Hanno fatto le prove. E, adesso, Sciacca sorride: «Forse lei non ci ha fatto caso, questo spazio misura 115 metri per 80, è il più grande studio televisivo del mondo». Così, se devi raccontare questo congresso, devi infilarti in questo strano contrasto: è come avere il motore di una Ferrari e l’andatura di una utilitaria. È come se il primo congresso del Pdl, pur avendo le potenzialità per compiere il definitivo transito dalla politica allo spettacolo, rimanesse un po’ a metà strada. I primi quattro giovani che salgono sul palco, per esempio, per quanto telegenicamente perfetti, leggevano ostentatamente i loro discorsi, e questo diminuiva ovviamente l’efficacia. Anzi: avendo costruito un impianto scenico così monumentale, forse si notava di più. Quando Annagrazia Calabria, la più giovane deputata dal Pdl, damina bianco vestita, prende la parola, in sala l’audio è leggermente troppo basso. Un nodo di emozione le stringe le corde vocali, anche lì, è come un rullo di tamburo che stenta ad arrivare al tripudio circense. Certo, dalla stanzetta di regia del maestro Sciacca tutto è più chiaro. È lui che ha curato la confezione del vertice Nato-Russia, Pratica di Mare, la firma della Costituzione europea. Ed è lui il motore di una squadra che ha ovviamente un direttore della fotografia, Gianni Mastropietro, una aiuto regista, Irene Carminio, anche lei veterana delle trasmissioni televisive, dal Forum di Rita Dalla Chiesa alle puntate itineranti di Panariello.
Ovviamente, il momento clou è l’intervento di Berlusconi. E quando lui sale sul palco, i cinque plasma centrali si mettono in moto con una configurazione studiata la sera prima: «la trinità». Infatti, per buona parte dell’intervento, il Cavaliere viene inquadrato nei due schermi laterali e in quello centrale verticale, intervallati da due che mostrano il simbolo del movimento. Alle sue spalle, il Cavaliere si ritrova sempre, come gli altri congressisti, un fondalino con il logo del nuovo partito moltiplicato per tutta la superficie. Sciacca ci scherza su: «Non le viene in mente nulla? Il modello è quello del calcio: un colore molto tenue, ma con il logo in grande evidenza. Caratterizza immediatamente, anche se lo vedi in un secondo di telegiornale». E poi l’altro elemento che ti porta immediatamente alla televisione dei grandi programmi nazionalpopolari sono i jingle. Anche quelli partono dalla regia, scandiscono il ritmo dei lavori, si alternano: jingle numero uno, Azzurro, per i quattro giovani oratori e per la giovane deputata-presentatrice. Jingle numero due l’Inno alla gioia, a conclusione dell’intervento del segretario del Partito popolare europeo Martens. Jingle numero 3 Meno male che Silvio c’è (versione strumentale) ovviamente per introdurre l’intervento di Silvio Berlusconi e per la scena conclusiva, l’ultima della scaletta della prima parte del congresso, quella con tutti i leader fondatori del Pdl, da Alessandra Mussolini di Azione sociale al socialista Stefano Caldoro, che salgono sul palco per stringere il simbolico patto di fedeltà reciproca.
Ovviamente, quando la lingua della televisione e quella della politica si contaminano anche la cosa innocente diventa più difficile. Ad esempio, le inquadrature e i primi piani degli ospiti e dei dirigenti del nuovo partito che devono essere centellinati con grande prudenza. La parte del leone, ovviamente, la fa Gianfranco Fini, che ne ottiene più di 15 (anche per via delle due standing ovation che Berlusconi gli dedica). Ma poi ci sono anche le esigenze di regia che vogliono la loro parte, e allora spazio ai ragazzi, alle famose ragazze della prima fila, alle mani levate con le macchine fotografiche e con i telefonini. Dentro il pullman Sciacca riflette: «Sai, nella Corrida ognuno di questi primi piani dei dilettanti allo sbaraglio fa la differenza fra l’anonimato e il successo». Qui, nella corrida composta e azzurrina del nuovo Pdl, bisogna stare bene attenti a tenere conto di tutte le anime, 30 per cento dei primi piani ad An, 70 per cento a Forza Italia, senza dimenticare mai gli alleati minori.
Tutto il congegno mediatico fa capo a un uomo, Roberto Gasparotti, che se ne sta in sala, ma ovviamente è sempre collegato via radio, con la regia. E Sciacca ci tiene a riconoscere tutti i tributi: «Lo scriva, siamo una squadra da serie A, tutta gente che viene dai migliori programmi della televisione, con questo gruppo potremmo fare due Sanremo». Poi un’altra battuta: «Se fa un po’ di conti, qua di teatri Ariston ce ne entrano due». Per quanto possa sembrare strano, in questa regia affollata, il discorso è sentito quasi con più attenzione che in sala. Quando Berlusconi dice «Bettino...» bisogna correre a cercare Stefania Craxi; quando parla di politica estera bisogna chiedere al cameraman di trovare subito Frattini; quando si parla di istituzioni, il primo piano è per Schifani e Fini, quando si parla della destra, ancora Fini (questa volta da solo), sennò La Russa. E se poi chiedi a Sciacca qual è la filosofia che regge tutto, lui la riassume così: «Se questo è stato l’atto fondativo del più grande partito della storia italiana, noi dovevamo portare all’esterno la coreografia del più grande evento politico mai realizzato in Italia». Ed è forse per questo che nel primo giorno la fusione della lingua spettacolare e quella della lingua politica non è ancora perfetta: non è Maertens l’uomo più adatto a scaldare la platea prima dell’intervento clou ed è difficile scrivere una memorabile sequenza conclusiva quando la scena finale ha per protagonisti Caldoro, Biasotti e i leader di otto partiti minori.