Più sottomessi che indipendenti

Francesco Cavalla*

Il Parlamento ha appena approvato, con il cosiddetto «pacchetto sicurezza» una norma che prevede la sospensione di un anno per i processi relativi ai reati meno gravi. Intento dichiarato del provvedimento è di imprimere una accelerazione ai procedimenti relativi ai fatti che creano maggior allarme sociale o danno alla comunità. L'Associazione Nazionale Magistrati ha sdegnosamente reagito, sottolineando che in questo modo saranno oltre 100.000 i processi sospesi e che qualcuno dovrà rendere conto di questo al Paese.
La scelta effettuata dalle Camere tocca quello che è considerato generalmente un pilastro del nostro sistema democratico e giudiziario, il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale. Obbligatorietà dell'azione penale significa questo: che se un magistrato ha notizia - in qualunque modo - della possibile commissione di un reato, non può dire «questo non è grave», «questo non è importante», «ci penso dopo», «non è opportuno infastidire chi ha commesso il fatto» e via discorrendo, ma deve dare inizio a tutti gli atti necessari per le indagini e per l'eventuale successivo processo.
Ribadiamo: è un principio importantissimo; in democrazia non si vuole che sia il magistrato a decidere chi deve essere perseguito e chi no: solo il popolo, cioè il Parlamento, è legittimato a stabilire quali siano i comportamenti delittuosi e quali, di conseguenza, vadano puniti. Benissimo, in teoria: ma, nella pratica, le cose non stanno affatto così. Quello che accade è che un magistrato dell'accusa (ovvero un Pm) alla mattina, quando entra in ufficio, si trova di fronte a - mettiamo - venti nuove notizie di reato, e lui sa che ha il tempo di occuparsi solamente di due. Quindi è costretto a scegliere, a stabilire precedenze, a rinviare, quando spesso rinviare significa rinunciare a perseguire perché nel frattempo interviene la prescrizione. Allora succede quello che nell'ordinamento democratico non deve succedere e che l'obbligatorietà dell'azione penale era nata per evitare: succede che, appunto, è il magistrato a stabilire contro quali reati procedere e contro quali no. Quando l'Associazione Nazionale Magistrati dichiara che saranno oltre 100.000 i procedimenti sospesi, dimentica che forse sono molto più i procedimenti che non vengono mai conclusi o, addirittura, mai iniziati.
Quando giudica, il magistrato non decide mai, con la sua testa, cosa sia lecito e cosa no, ma solo conclude se un comportamento vada punito o no in base a criteri che non è stato lui a formulare. Ecco allora che, per salvaguardare ciò che è importante del principio dell'obbligatorietà dell'azione penale, bisogna tornare alle origini, e dunque restituire al Parlamento la scelta sui comportamenti da punire o, meglio, sui reati da perseguire con precedenza sugli altri. I magistrati strepitano che si attenta alla loro indipendenza: e fanno male. Il guaio del nostro Paese non è di avere una cattiva magistratura, ma di avere una magistratura che si arroga poteri che non le competono. Personalmente, sono d'accordo con quello che ha detto recentemente alla televisione l'onorevole Ghedini, e cioè che la grande maggioranza dei giudici è competente e coscienziosa: tuttavia è anche vero, purtroppo, che la grande maggioranza dei giudici pretende di fare quel che non spetta loro di fare, spesso appellandosi al principio dell'indipendenza.
Qui vanno spese parole chiare su questa indipendenza che, rettamente intesa, è un valore sacrosanto di qualunque sistema democratico. Il giudice è e deve essere assolutamente indipendente in udienza. Lì, nessun potere al mondo può ingiungergli di assolvere o condannare, la sentenza deve dipendere solo dalla legge e dalle risultanze processuali. Anche in questo caso, sia chiaro, la totale indipendenza del giudice presuppone che non sia lui a decidere quali comportamenti, in astratto, vadano puniti o no. Il che implica che al di là dell'assoluto rispetto del suo libero (da ogni potere) convincimento nel giudizio, il giudice non può pretendere nessun'altra competenza in nome dell'indipendenza.
Aggiungiamo una postilla: dice l'Anm che qualcuno dovrà rendere conto del provvedimento che dispone la sospensione dei processi. Giusto, su questo concordiamo. Ma non mi risulta che i giudici abbiano mai reso conto a qualcuno delle loro scelte. Chi rende sempre conto al sovrano è invece il Parlamento: il quale dal popolo può essere confermato o no nella sua composizione politica attraverso libere elezioni. Perciò è bene che sia il Parlamento a prendere certe decisioni perché il Parlamento potrà e dovrà darne conto al sovrano.
Quanto ai mezzi che garantiscono attualmente l'indipendenza della magistratura bisognerà prima o poi fare un discorso finalmente meditato e non intessuto di slogan. Bisognerà chiedersi se l'attuale organizzazione sindacale dei giudici, insieme all'autonomia e le competenze esclusive del Csm, serva davvero a tutelare l'indipendenza del magistrato, come va intesa in uno stato democratico, o se finisca invece con l'esporre ogni singolo giudice alla più subdola e pericolosa sottomissione: all'ortodossia, alla mentalità, ai criteri, alle scelte politiche del proprio ordine professionale (perennemente a rischio, perciò, di trasformarsi in casta).

*professore ordinario di Filosofia del diritto
all’Università di Padova