Le piccole cinesi uccise dalla tradizione e dalla rigida politica del figlio unico

Bambine che non nascono o, se vengono alla luce, sono immediatamente uccise, eliminate dai loro stessi genitori: la strage delle piccole è una delle violenze silenziose che costituiscono la realtà quotidiana della Repubblica Popolare cinese.
Dopo l’introduzione della politica del figlio unico, il controllo del regime si è fatto sempre più rigido e molti genitori, autorizzati ad avere soltanto un erede, non esitano a evitare la nascita (o la crescita) delle bimbe. Il tradizionale predominio dell’uomo e del suo ruolo nella società; i costi dei matrimoni e, soprattutto, la convinzione che, dovendo scegliere, un maschio sia sempre «meglio»: sono alcuni dei motivi che spingono milioni di donne cinesi ad abortire o ad assassinare le loro figlie. La «Commissione per la pianificazione della popolazione nazionale e della famiglia», d’altronde, non concede scampo. E, nel frattempo, il numero di uomini aumenta a dismisura e, per loro, le mogli scarseggiano. Il risultato è che molte giovani donne vengono rapite e costrette con la forza a sposare uomini, spesso molto più vecchi di loro: una violenza diffusa, soprattutto nelle campagne, dove anche il regime non riesce a mantenere un controllo assoluto.