Piccolo elogio di un comunista

Armando Cossutta merita un pubblico elogio e non perché, oggi, si dichiara disposto a rinunciare al simbolo tradizionale del comunismo.
I suoi meriti sono antichi e ben contestualizzati.
Fu ortodosso come tutti i quadri del Pci in anni nei quali essere comunista, per quanto sbagliato che fosse, certamente comportava un notevole corollario di sacrifici e rinunce.
La borghesia, allora, aveva una residuale coscienza di sé e non era ancora del tutto preda di complessi di colpa e di nevrotico cupio dissolvi.
Non erano ancora tempi di salotti buoni, di nobildonne «compagne», di sciarpette rosse di cachemire, di mocassini firmati, di barche a vela, di cooperative che acquistano istituti bancari: la militanza, salvo Togliatti e la sua ristrettissima e privilegiata cerchia, comportava pane e salame, toppe ai vestiti e parecchie risuolature dal ciabattino sotto casa.
Armando è sempre stato comunista limpido e coerente, senza dissimulazioni, quindi un avversario certo durissimo e temibile, ma non volpino, non ipocrita, non vile, non doppio e triplo.
Nel Pci, diviso e annullato tra chi aveva capito tutto, senza avere, però, una sola briciola di coraggio - Giorgio Napolitano - e chi strenuamente non capì mai niente di niente - Pietro Ingrao -, l'Armando fu il referente sicuro ed affidabile.
Quando Enrico Berlinguer, il responsabile primo della mancata nascita in Italia di un grande partito socialista di stampo occidentale, s'inventò la mostruosità totalitaria del compromesso storico tra due «chiese», quella cattolica e quella leninista, Armando Cossutta si oppose fermamente, scegliendo la coerenza a costo di venire emarginato e criminalizzato.
Ebbene, egli sarà pur stato «vetero», tuttavia il suo «niet» a Berlinguer fu, paradossalmente, una posizione che non impediva, come, invece, il compromesso storico, l'evoluzione verso la socialdemocratizzazione.
Anche rispetto al legame di ferro con l'Urss, l'atteggiamento di Cossutta fu almeno chiaro e alla luce del sole, di contro a quello di Berlinguer e dei berlingueriani, che continuarono a ciurlare nel manico tra i due piani della realtà: ufficialmente e retoricamente, vigeva lo «strappo» da Mosca, ma all'interno e nelle segrete stanze delle Botteghe Oscure la parola d'ordine rimaneva sempre filosovietica.
Silvio Pons, direttore della Fondazione Gramsci, il 14 marzo 2003, rivelò: «La nostra conoscenza di alcuni documenti d'archivio ci permette oggi di approfondire i termini della questione. Proprio all'indomani del colpo di Stato in Polonia, Antonio Tatò \ scrive per Berlinguer una nota illuminante circa la visione dell'Urss fatta propria dal gruppo dirigente comunista... Tatò sottolinea l'importanza del ruolo “anticapitalista” dell'Urss sia nelle relazioni internazionali, sia quale testimonianza di una “fase” della storia del socialismo. L'esistenza del “socialismo autoritario” sovietico viene vista perciò... come una necessità per tenere viva la prospettiva di un radicale superamento del sistema capitalistico...».
Quando cade il Muro di Berlino, o, meglio, quando Solidarnosc e Giovanni Paolo II dànno l'ultima picconata al comunismo, i figli di Berlinguer, demitizzati al punto da non riuscire ad usare la parola «socialismo», improvvisano un cambiamento, sotto forma di nebulosa senza capo né coda.
Infatti, la chiamarono «Cosa», mentre avrebbe dovuto essere semplicemente «Socialismo».
Ancora una volta, Cossutta si schierò contro e fece bene, perché il nascente Pds, figlio di nessuno e privo di radici culturali nella storia del movimento operaio e socialista, non avrebbe mai condotto a qualcosa che avesse dignità di sinistra storica.
Cossutta avrebbe accettato, invece - e lo disse a Bettino Craxi - l'Unità socialista, divenendone, lealmente, l'ala sinistra, sul modello delle correnti estreme della Spd o del Labour party.
Non a caso, simbolo della barca senza identità e idealmente alla deriva, il Pds cambiò ancora nome, mutando e rimutando, sino ad essere, attualmente, rappresentato dai poteri forti, dall'Unità di Furio Colombo, il Rolex dell'avvenire (si veda il mio fresco di stampa «Dall'Utopia al cattivo gusto/“l'Unità” da Gramsci a Furio Colombo») o dai banchieri d'assalto.
Di passaggio, in questo 2005, dal partito post-berlingueriano senz'anima e senza storia, eppur pregno di veleno, sono partite calunnie micidiali contro l'Armando, imbarazzante e temibile memoria storica dei guasti del berlinguerismo.
Ora, Armando, certo con amarezza, lascia falce e martello e lo fa con la consueta chiarezza e dignità.
Merita l'onore delle armi e rispetto.