Pier Luigi, il leader degli intrighi al Palazzo rosso

Il segretario Pd rivendica la superiorità morale del suo partito. Ma non poteva non conoscerne certi traffici. Col <em>Corriere</em> si vanta per il &quot;passo indietro&quot; dei suoi. Ma è lui a doversi dimettere

Prendiamo atto, una buona volta: «loro» si sentono diversi. Nel «loro» partito ci sono dei «diversamente» ladri o, per amore di precisione, dei «presunti diversamente ladri». Ma nel partito, nel «loro» partito c’è anche un leader. E un leader non può essere diverso dagli altri leader. Un leader, come Pier Luigi Bersani, anche se impegnato - con buona pace dei cabarettisti - nei siparietti con Crozza, non può non sapere, non ha potuto non sapere, in tutti questi anni.
Se è vero che in una simpatica lettera inviata al Corriere della Sera il leader piddino chiede a tutti i suoi, che sono in odore di malaffare, di «fare un passo indietro», è anche vero che, tra i suoi, c’è qualcuno che il passo indietro vorrebbe che lo facesse lui. Perché, detto molto francamente, un leader che non sa, che è all’oscuro di tutto, anche se è nato e cresciuto a Botteghe Oscure, è poco credibile. Bersani non è indagato, bene inteso. Non è accusato di nulla, sempre ben inteso, ma tutte le inchieste avviate dai pm, che stanno circumnavigando il suo partito, stanno, inevitabilmente, pure girando intorno a lui, lo sfiorano, gli fanno ronzare le orecchie. E lui non può dire, non può farci credere, che ha sempre tenuto tappate le orecchie. In altre parole, anche se non formalmente accusato di nulla, anche se almeno, fino ad oggi, non è stato accertato alcun suo coinvolgimento nelle vere o presunte malefatte dei suoi compagni, sono gli stessi pm che, con le loro indagini, sembrano averlo già riconosciuto e identificato come leader. Leader degli intrighi di un palazzo rosso che, nonostante tutte le sue metamorfosi di nomi, non ha mai cambiato la sua pelle rossa e i suoi usi e costumi. Tanto che, se proprio vogliamo fare i precisini, l’unica differenza a proposito di diversità è che un tempo in quel palazzo giravano rubli e, puntualmente, arrivavano nelle casse del partito, mentre adesso fioccano gli euro. Ma il risultato non cambia e, come il capo di allora, quando il Pci si chiamava Pci, non poteva non sapere, anche il capo di adesso non può non sapere e non aver saputo. E quindi suona curioso che, proprio lui, il Bersani «diverso» che invoca «pulizia» e invita a tenere gli occhi non aperti ma spalancati per individuare nel cesto delle mele rosse, quelle marce, non abbia pensato, lui per primo, a fare quel passo indietro che chiede ai compagni implicati nelle inchieste. Che non abbia dunque pensato ad autosospendersi. Prima che qualcuno del suo stesso partito glielo chieda apertamente. Già perché a volte, anche nelle scuderie più disciplinate, c’è qualcuno che, a un certo punto non se la sente più di ubbidire agli ordini di scuderia. In buona sostanza, l’affaire Penati, per quanto sia un po’ datato, è un affare che arriva, o meglio arrivava giusto nell’orbita della segreteria del partito e che, nelle stanze attigue a quelle del potere, molto probabilmente si consumava.
Ora se in molti nel Pd hanno avviato il patetico tentativo di attribuire la colpa del poco o tanto di marcio che è venuto a galla agli infiltrati «socialisti», scaricando le colpe sui Ds, ovvero figli e figliocci di quei Democratici di sinistra che furono inventati a suo tempo da Massimo D’Alema e che porterebbero quindi il tanto sputtanato Craxi nel loro Dna, è altrettanto evidente che la manovra sottende un bersaglio ben preciso: Pier Luigi Bersani. Già. Perché se Filippo Penati con le sue scivolate, su tappeti o presunti tali di tangenti, è caduto nelle stanze attigue a quelle del potere, come si fa, come fa Bersani a sostenere di non sapere che Franco Pronzato uno dei suoi migliori amici, nonché suo consigliere sul fronte trasporti, nonché coordinatore dei voli ufficiali del Pd, avrebbe agito a sua insaputa? Avrebbe combinato (sempre che le abbia combinate) le sue marachelle tangentizie in seno all’Enac o fuori dall’Enac, a totale insaputa del suo amico Pier Luigi, e come se non bastasse, del segretario del partito a cui faceva riferimento? Di solito anche gli amici più timidi e riservati qualcosa confidano, o no?
Per questo Bersani, in versione Bersani, e non in versione Crozza, dovrebbe pensarci su sul suo passo indietro. Perché se una come Rosy Bindi, interprete dell’area cattolica, in sintonia con la sinistra giustizialista, se ne è uscita con riferimento al caso Tedesco con la frase «Ho visto morire la Dc perché c’erano i corrotti, non voglio vedere il mio nuovo partito turbato da un ex socialista» significa che nel partito i borbottii rischiano di diventare terremoti.