Pietro e Paolo uniti come Romolo e Remo

Glauco Berrettoni

Se pensassimo di vedere nel 29 giugno la data reale del martirio di Pietro e Paolo, resteremmo delusi; ciò, innanzitutto, perché sono morti in anni diversi - Pietro crocifisso a testa in giù nella persecuzione neroniana del 64 e Paolo decapitato nel 67 -, ma soprattutto perché il loro martirio non c'entra nulla con questa data: se infatti ignoriamo completamente il giorno della morte di Paolo, possiamo essere certi che Pietro non può essere morto il 29 giugno, in quanto la persecuzione di Nerone è cominciata dopo l'incendio scoppiato fra il 18 ed il 27 luglio.
Ma allora, se le cose stanno così, non possiamo non domandarci perché la Chiesa di Roma abbia fissato proprio in quella data la commemorazione dei due Santi? La risposta ce la fornisce, fra gli altri, Alfredo Cattabiani nel suo «Calendario»: semplicemente, come in tante altre occasioni, si è verificata una cristianizzazione di antiche festività pagane.
Il 29 giugno, l'antica Roma festeggiava, sul Quirinale, la festa di Quirino: antica divinità sabina, Quirino era stato assimilato a Romolo già dal III secolo, anche se sarà con l'avvento di Augusto che tale identificazione diverrà ufficiale. Secondo i poeti augustei, infatti, Quirino è Romolo divinizzato dopo la morte e, in questo senso, mantiene pur sempre l'antico significato di divinità preposta alla sussistenza, al benessere, alla durata di quella massa sociale che è il popolo romano: è, in altri termini, la traduzione romana di quella trifunzionalità divina propria degli indoeuropei: sovranità magica e giuridica, forza guerriera, ricchezza (Giove, Marte, Quirino).
Ma Romolo, nel mito romano, è inseparabile dal gemello, perlomeno sino all'uccisione di Remo: in qualunque modo vengano raffigurati - simmetrici, uno oscuro e l'altro luminoso, uno nero e l'altro bianco, uno teso verso il cielo e l'altro portato verso la terra -, i gemelli esprimono l'intervento della divinità nel nostro mondo, la dualità di ogni essere e i dualismo delle sue tendenze.
Romolo e Remo non sfuggono a questa dimensione simbolica e il 29 giugno, aveva proprio la funzione di commemorarli uniti nella fondazione della Città Eterna: ecco perché i Cristiani saranno costretti a celebrare due santi - e non uno solo! -, in questa giornata.
Non potendo trasformarli in gemelli, il Cristianesimo creò la leggenda di Pietro e Paolo uniti nella morte - e quindi nella loro vera nascita, secondo la visione propria del Cristianesimo che considera come dies natalis non il giorno della nascita, ma quello della morte del martire -: se il calendario cristiano detto Martyrologium Hieronymianum del V secolo celebra il solo Pietro, quello della Depositio Martyrum del 354 li accomuna celebrandoli nel santuario in Catacumbas, al terzo miglio della Via Appia: la Margherita Guarducci, grande esperta di epigrafia, osserva che questa località doveva essere abitata da gente di lingua greca, in quanto il toponimo in catacumbas deve leggersi katà kumbas, cioè «presso le cave» di pozzolane situate in quel luogo.
L'anno indicato dal calendario per l'inizio della festa, è l'anno consolare del 258, quello della persecuzione di Valeriano, che doveva spingere i cristiani a celebrare le proprie ricorrenze ben lontano dalle tombe degli Apostoli.
Se Romolo e Remo erano stati i fondatori della Roma pagana, Pietro e Paolo, con la celebrazione del 29 giugno, diventavano, allora, i fondatori della Roma cristiana: del resto, già nel II secolo il Vescovo di Lione, Ireneo, mostrava di considerarli tali.
Col tempo, un Cristianesimo ormai vittorioso non si accontenterà più di neutri accostamenti, ma pretenderà di imporre la visione totalizzante della nuova religione: nel V secolo, nel sermone 82 di papa Leone Magno, cancellata ogni sia pur minima capacità di comprendere il linguaggio mitico e simbolico dell'antica Roma, si affermerà la superiorità dell'amore di Pietro e Paolo per la comunità loro affidata, rispetto all'immagine truculenta delle mura di Roma macchiate, da Romolo, del sangue fraterno di Remo.