Di Pietro: "Farò io il grande partito che sostituirà i Democratici"

Tonino svela al <em>Giornale</em> la sua nuova strategia: &quot;Il progetto del Pd? Un completo fallimento. Costruirò qualcosa di più utile&quot;

Roma - La notizia è di quelle che all’inizio lasciano stupiti. Ma che impongono a tutti, alleati e concorrenti, di verificare i piani e correggere le rotte. Antonio Di Pietro ha già scelto: «Dopo le Europee, soprattutto se vanno come spero... lancerò un segnale forte: cancellerò il mio cognome dal simbolo dell’Italia dei valori». È notte fonda, la puntata di Exit è finita. Mi ritrovo a parlare con il leader del partito del gabbiano arcobaleno di una campagna elettorale che lo sta gratificando. Ha arruolato, con oculatezza, leader e intellettuali che vengono da sinistra: gente come Gianni Vattimo, il filosofo del pensiero debole, una vita nel Pci e poi tra Ds, Margherita e Pdci. O come Maurizio Zipponi, uno degli ultimi deputati-operai eletti, fino alla scorsa legislatura una bandiera di Rifondazione. Ha buttato in pista una pattuglia di donne: «Ragazze che nemmeno conoscevo». Ora, però sente che può permettersi una svolta. Una Svolta ardita.

Di Pietro, Veltroni e Berlusconi ce lo hanno aggiunto il loro nome, nei simboli, lei lo toglie?
(sorride) «Appunto».

È forse impazzito?
«Al contrario direi. Gli altri considerano un punto di arrivo mettere il proprio nome. Io invece penso che toglierlo sarebbe un buon segnale».

Un segnale di cosa?
«Si può costruire una cosa più larga, più utile, che prescinda dall’identità di una sola persona, e che serve a rappresentare qualcosa di più importante».

E cioè?
«Insomma, io ho fatto questo ragionamento. La prima volta che ho presentato la mia lista ho preso il 2%. Alle politiche ho preso il 4. Il sondaggi, anche quelli più sfavorevoli mi danno all’8... C’è un trend: ad ogni scadenza io raddoppio!».

E si lamenta?
«Nooo! Sono contentissimo. Ma se l’Italia dei valori arriverà davvero a quelle cifre, anche il suo ciclo si sarà compiuto».

Se le cose stanno come lei dice, alla prossima tornata dovrebbe arrivare al 16%...
«Invece no. Non credo che il mio partito, così com’è, possa crescere all’infinito. Quella soglia sono le colonne d’Ercole».

E quindi scioglie il partito?
«Lo metto in gioco... Sacrifico qual che mi è più caro, per costruire qualcosa di più grande».

In che modo?
«Vorrei che anche persone con una storia diversa dalla mia si potessero sentire a casa loro».

Lei si traveste da agnello, ma si prepara a fare il lupo...
«Che significa? Che c’azzecca il lupo?».

Se il suo partito cambia nome e invita altre persone a farne parte, prova a spodestare il Pd dal suo ruolo egemone.
«Ma il progetto di un grande Pd è già finito. E non certo perché Di Pietro mette o toglie il nome dal simbolo!».

Perché?
«Perché se fanno quel po’ po’ di partito e poi prendono meno del 30%, vuol dire che sono sotto la soglia di tenuta».

E così lei ci piazza il suo restyling e li frega.
«Veramente io voglio fare una cosa seria. Una costituente, vedremo. Serve un grande partito progressista che sostenga una proposta di governo credibile».

Per questo è andato a caccia di candidati in casa altrui, dal Pd a Rifondazione?
«Ma che scherziamo? Ho detto di no a tantissimi».

Adesso fa l’agnellino.
«Quant’è vero iddìo... Soprattutto al sud, non mi faccia dire».

E perché?
«Ho imparato dalle esperienze del passato. Voglio tenere il partito im-ma-co-la-to».

Faccia un esempio.
«Mi arriva un politicone del sud un ex socialdemocratico... ».

Chi?
«... il nome non importa, ne sono venuti cento, da me, in questi giorni, uh!».

Stava dicendo del politicone.
«Arriva il politicone e ti fa: "Tonì mettimi in lista, che ti porto i miei voti"».

E lei incassa i voti.
«Ma nemmeno per sogno. Perché quello, per ogni voto che ti porta, te ne fa perdere due».

Ma allora come ha scelto quelli da mettere in lista?
«Lei non ci crederà, ma mi sono letto i curriculum. Così».

Mi permette? Non ci credo: tutti sono a caccia di quelli che hanno voti, a partire dal Pd.
«E io no. E sa perché?».

Mi dica.
«Ho studiato attentamente i dati di questi anni. E ho capito».

Cosa?
«Siamo l’unico partito che, da un capo all’altro dell’Italia, ha le stesse percentuali».

E questo che significa?
«Che è un voto d’opinione. Gente che vota questo progetto, non per Tizio o Caio».

E cosa c’entra con il rifiuto dei politiconi, come li chiama lei?
«Metto in lista persone normali, evito voti inquinati, lascio che gli elettori decidano».

E se arriva all’8 per cento?
«Do un altro scossone all’albero. E faccio io il grande partito che al Pd non è riuscito».

Adesso le sta a cuore?
«Io per quello ero entrato nell’Asinello di Prodi! Non è colpa mia se loro hanno cambiato strada ma non vanno da nessuna parte».

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