Pieve Ligure, quando il parroco trattò la resa con i tedeschi

Don Antonio Durante in prima linea nei giorni della paura

La presenza attiva della Chiesa genovese nella lotta contro il nazi-fascismo, ben evidenziata in numerosi articoli recentemente apparsi su Giornale, è testimoniata anche dal silenzioso lavoro svolto da semplici parroci di paese, che seppero, al momento opportuno, affrontare l'avversario con le armi del dialogo, della diplomazia, ma anche del «muso duro».
È il caso di don Antonio Durante, Arciprete nella Parrocchia di Pieve Ligure dal febbraio 1944. Egli trovò una Pieve in situazione particolarmente critica, dovendo affrontare problemi di ospitalità e di alloggio per i tanti sfollati che erano giunti da Bogliasco e da Sori, concretamente minacciate, più di Pieve, dai bombardamenti alleati in considerazione della presenza dei ponti ferroviari. Da subito don Durante si prodigò alloggiando persone e adattando a deposito di mobili i locali disponibili della parrocchia, la canonica, le sale delle Associazioni.
Tra giugno e luglio la situazione precipitò con i bombardamenti di Sori e di Bogliasco; temendo incursioni anche a Pieve si convinse a realizzare, con l'aiuto di uomini e giovani parrocchiani, un rifugio sottostante il piazzale della chiesa che fu inaugurato e benedetto il 21 agosto 1944. Solo quindici giorni prima era stata bombardata anche Pieve Bassa. Con la primavera del 1945 però, arrivavano a Pieve confortanti notizie dal resto del Paese riguardanti il precipitare degli eventi verso la fine della guerra. I partigiani sui monti erano in stretto contatto con quelli sulla costa, mentre gli occupanti tedeschi, però, moltiplicavano le rappresaglie e i rastrellamenti. Gli avvenimenti di quei giorni furono raccontati da un testimone su una pubblicazione locale della parrocchia nel 1954, e ci sono stati confermati da altri pievesi che vissero quelle giornate. Il 24 aprile giunse notizia che nella vicina Bogliasco si era insediata un'Amministrazione partigiana, da levante stavano avanzando gli alleati, mentre i soldati tedeschi, che avevano il loro comando presso l'albergo Eden di Nervi, cercavano una via di fuga per risalire da Recco in Fontanabuona. A capo dell'Amministrazione di Bogliasco (che allora con Pieve formava un unico comune) era tale Giovanni Lazzarini di Pieve, il quale telefonò il 24 aprile a don Durante chiedendo la sua presenza in Municipio. Gli fu proposto di recarsi con due partigiani a trattare la resa con il Comando tedesco; impresa quanto mai rischiosa poiché, se le condizioni di resa non fossero state accettate, i partigiani erano pronti ad aprire il fuoco, e nemmeno si poteva escludere che i tedeschi potessero per rappresaglia trattenere i tre come ostaggi.
Don Durante accettò e con i due partigiani si recò nella galleria stradale di Bogliasco, affollata di soldati tedeschi, dove ebbe un primo burrascoso incontro con i militari. Egli invitava a considerare quanto sangue si era già sparso inutilmente; gli fu risposto, secondo il racconto di un testimone: «Sangue italiano valere quanto sangue tedesco». Il convoglio tedesco comunque si allontanò senza ulteriori scontri. Don Durante volle allora recarsi a Villa Marietta, a Pieve Bassa, sede di un altro comando germanico e deposito di armi e munizioni. In un clima più cordiale e disteso, ma incontrando molta diffidenza, trattò col comandante. Quando uscì incontrò i cittadini che attendevano a prudente distanza e disse loro semplicemente: «State tranquilli». Poco dopo i soldati tolsero le mitragliatrici dall'ingresso della villa. Ma ancora il mattino successivo, era il 25 aprile, sul piazzale della chiesa i parrocchiani erano preoccupati: Villa Marietta non era stata sgomberata e circolavano voci di una discesa in forze delle truppe tedesche da Uscio. Ma alle 11 don Durante riceveva una telefonata dalla Curia genovese: il Pro Vicario Generale, mons. Fulle, gli confermava l'imminente resa a Genova dei tedeschi.
La guerra sembrava finita e don Durante intonò in chiesa un canto di ringraziamento al quale si unì la popolazione. Il giorno successivo 26 aprile, tuttavia, nonostante la resa, pattuglie sparse lungo il Levante minacciavano scontri. La Brigata partigiana Crosa aveva disposto i suoi uomini nella zona di Nervi e a Sant'Ilario Alto per costituire un caposaldo in posizione dominante sulla costa. Era stato segnalato l'arrivo all'albergo Eden di Nervi di un reparto della Wehrmacht (composto da circa 400 effettivi) con quindici automezzi, per spostarsi verso Recco, ricongiungersi con altre ingenti forze tedesche e proseguire verso Uscio. Erano inevitabili perciò ulteriori scontri.
L'arciprete tornò a Villa Marietta: il Comandante si sentiva minacciato dai suoi soldati, temeva che, all'ordine di gettare le armi, essi lo uccidessero come in altri casi era avvenuto.
Gli echi di una sparatoria presso la vicina stazione ferroviaria e l'arrivo di un soldato che gli annunciò l'uccisione di due soldati da parte dei partigiani, lo convinsero ad accettare la realtà di una situazione disperata, ed assicurò don Durante che non avrebbe permesso alcun ulteriore atto di ostilità ai suoi uomini.
Il giorno successivo Villa Marietta fu sgomberata: la guerra era veramente finita e don Durante poté solennemente celebrare nella sua Chiesa il Te Deum di ringraziamento