La pillola abortiva uccide: ecco i primi 13 casi

Eugenia Roccella

Al momento in cui questo libro va in stampa, le morti accertate per aborto medico sono 13. Di almeno altre due morti si è parlato sui mezzi di comunicazione dei Paesi in cui sono avvenute, ma in notizie a margine, a cui non è stato dato risalto né seguito, e col passare dei mesi se ne sono perse le tracce. Non essendo sicure delle fonti, abbiamo preferito escludere questi casi.
Le morti che abbiamo preso in considerazione sono avvenute in Europa e Usa, Paesi democratici, dotati di una stampa libera, di un’opinione pubblica reattiva e di un’organizzazione dei poteri pubblici che dovrebbe essere trasparente; in altri Paesi, come India e Cina, si possono indovinare numeri molto più elevati di incidenti e di decessi, ma non si può contare su dati ufficiali o fonti certe.
Trovare notizie in merito è difficilissimo, e sarebbe stato praticamente impossibile senza Internet. Questo è uno degli aspetti più oscuri e inquietanti della vicenda della Ru486. Le morti erano tutte annunciate: basta leggere il libro di Dumble, Klein e Raymond, del 1991, o le interviste a Donna Harrison, rilasciate quando ancora si sapeva di una sola donna deceduta dopo avere praticato un aborto chimico. «Lei ha fatto riferimento al tasso di emorragie, l’incidenza di emorragie pesanti. C’è anche un alto tasso di incidenza di infezioni. C’è un’incidenza elevata di aborti incompleti, che possono richiedere chirurgia d’urgenza. Sono veramente preoccupata del fatto che le donne di questo paese scopriranno, dopo cinque o dieci anni dall’approvazione, di aver aperto un vaso di Pandora di complicazioni e danni». È uno stralcio di un colloquio radiofonico del 19 settembre 1996 con Donna Harrison, uno dei firmatari della petizione presentata nell’agosto 2002, che chiede il ritiro della pillola abortiva dal mercato.
Chi aveva avuto sotto gli occhi le sperimentazioni effettuate nei vari Paesi, anche quelle organizzate sotto la benedizione dell’Oms, si era reso subito conto, dati alla mano, che i rischi erano tanti: emorragie, infezioni, complicazioni cardiache, e anche un possibile abbassamento delle difese immunitarie.
Ma raramente governi, istituzioni, stampa e televisioni hanno dato spontaneamente notizie sulle morti, e quando lo hanno fatto, come vedremo - ad esempio per il primo caso francese - hanno sempre accompagnato la notizia con altre informazioni che tendevano a descrivere l’evento come eccezionale, legato alle condizioni particolari della donna: era lei, la paziente, la vera «colpevole», lei che non era adatta all’aborto chimico, non l’inverso. Di Nadine Walkowiak, la donna morta in Francia, si è sempre sottolineato come fosse alla undicesima o tredicesima gravidanza, e per di più fumatrice; senza specificare che il numero delle gravidanze e l’essere o no fumatori non costituiva fino ad allora una controindicazione, e che comunque i medici non se ne erano preoccupati. Di Brenda Vise, morta per gravidanza extrauterina non diagnosticata, per la quale la Ru486 non è efficace ma della quale maschera i sintomi, si è sottolineato che, appunto, era morta per gravidanza extrauterina e non per l’aborto chimico. Ma sarebbe stato più corretto spiegare che i sintomi che lamentava, soprattutto dolori addominali, sarebbero stati sufficienti a far subodorare la gravidanza pericolosa se non avesse preso la pillola abortiva, e comunque che, se avesse abortito chirurgicamente, i medici si sarebbero accorti che l’utero era vuoto, e lei si sarebbe salvata.
Tutte le altre morti sono state portate alla luce a una a una, con fatica, essenzialmente grazie all’ostinazione dei familiari. Persone che non si sono rassegnate all’idea di una casuale fatalità, ma hanno voluto andare fino in fondo alla faccenda, innanzitutto cercando di rendere pubblico il fatto. Va anche sottolineato che, nel caso delle due donne più giovani, i genitori erano all’oscuro della gravidanza e dell’aborto in corso, e che le ragazze si sono trovate a scegliere una procedura pubblicizzata come assolutamente sicura, senza ricevere alcuna avvertenza reale sui rischi effettivi che si potevano correre. I movimenti pro life sono stati la principale cassa di risonanza delle denunce, e se questo va senz’altro ascritto a loro merito, bisogna prendere atto che ha contribuito anche a confondere i termini della questione. La battaglia contro la Ru486 è stata schiacciata sull’infinita polemica tra pro choice e pro life, a discapito di una corretta informazione scientifica, distorta nonostante l’evidenza dei fatti e utilizzata spesso come arma impropria dai sostenitori dell’aborto medico. Non soltanto le morti sono nascoste, mimetizzate, rubricate spesso non come decessi per aborto chimico, ma per i più vari motivi clinici. Sono anche le notizie su queste morti, che vanno cercate a una a una. Si parte dai siti e dai blog pro life, o da quelli di gruppi femministi radicali, e si cerca conferma nelle pagine dei giornali, potendola avere chiaramente solo da quelli disponibili in rete (grazie al Web, notizie a volte relegate in trafiletti di cronaca locale hanno varcato gli oceani). È raro che la grande stampa internazionale si occupi dell’oscura morte di una donna in seguito a un aborto, come se morire in questo modo non facesse notizia: si tratta del famoso cane che morde l’uomo, di qualcosa di assolutamente normale, non di uno scandalo, un evento significativo a cui dare risalto. Così abbiamo dovuto condurre una ricerca incrociata e certosina, mettendo in moto tutti i contatti internazionali che avevamo, trovandone nuovi, scrivendo a perfetti sconosciuti (medici indiani, associazioni australiane, disperati genitori americani; femministe inglesi, gruppi cristiani svedesi) chiedendo di fornirci notizie. Abbiamo dovuto trovare l’accesso a giornali sconosciuti, difficilmente rintracciabili nelle nostre biblioteche - come nel caso dell’India - trovandoci spesso di fronte a testi intraducibili, e con probabilità di venirne a capo veramente remote. È per questo che vogliamo raccontare questi casi così come li abbiamo scoperti, con le loro storie di ordinaria tragicità, i loro nomi mai sentiti prima, che ormai si sono fissati nella nostra memoria.