Pirati: il vero tesoro si nasconde a Dubai

Il business dietro ai continui arrembaggi. Lo scorso anno gli assalti hanno fruttato 80 milioni di dollari. Vengono riciclati in gran parte negli Emirati Arabi e in Kenya

Più “cartelli” che riciclano i soldi della pirateria somala, con sedi a Dubai, Mombasa, ma pure Londra. E acquistano tecnologie per le intercettazioni radio, vernici antiradar, informazioni riservate sul passaggio delle navi. Un vorticoso giro d’affari grazie al tesoro raccolto dai pirati con il riscatto delle navi abbordate. Lo scorso anno - secondo fonti del quotidiano inglese Independent - il tesoro ammontava a 80 milioni di dollari. Ai pirati sulla costa somala ne arriva una parte, ma mediatori e faccendieri fuori dal Paese intascano il resto. Secondo gli investigatori assoldati dagli armatori il tesoro dei pirati viene riciclato negli Emirati Arabi, in particolare a Dubai, e in altre piazze del Medio Oriente. Non a caso a Dubai vive una forte comunità di imprenditori somali.

«Ci sono le prove che i cartelli che hanno le loro basi nel Golfo Persico, alcuni a Dubai, giocano un ruolo significativo nella pirateria al largo delle coste africane» ha dichiarato Christopher Ledger, ex marine di Sua maestà britannica. Con la sua società Idarat Maritime, specializzata in protezione, lavora a diretto contatto con i Lloyd’s di Londra che assicurano il naviglio mercantile. Parte del tesoro dei bucanieri viene reinvestito per creare società fantasma che si iscrivono al registro dei Lloyd’s per accedere ai database del traffico marittimo. In altri casi i “colletti bianchi” dei pirati si abbonano alla rivista Jane’s intelligence, che fornisce informazioni riservate sulle misure anti-corsari. Uno dei cartelli dei moderni bucanieri ha acquistato da un tecnico tedesco l’AR 1, una particolare vernice che renderebbe invisibile ai radar le barche dei corsari. Per non parlare dei sofisticati sistemi di comunicazione radio, che servono a intercettare le comunicazioni dei mercantili. O le gole profonde nei posti giusti pagate per le dritte sul passaggio delle navi.

«Dubai è una grande “lavatrice” dei soldi dei riscatti, che vengono sistematicamente reinvestiti in tecnologia, ma pure in personale specializzato», dichiara al Giornale Carlo Biffani. Direttore del General Security Consulting Group, con sede a Roma, aprirà ben presto due uffici nella zona “calda” per fornire agli armatori servizi anti pirateria. «I passaggi di denaro coinvolgono anche la piazza di Londra - sostiene Biffani -. Il sospetto è che i cartelli assumano esperti militari non somali per le tattiche d’arrembaggio a grandi distanze della costa e l’utilizzo delle tecnologia acquistata».

Ieri l’ultima nave è stata sequestrata a nord delle isole Seychelles, centinaia di miglia dalle coste somale. Secondo il ministro degli Esteri Franco Frattini «sono circa 30 le navi e quasi 300 le persone nelle mani dei pirati». Rispetto a un anno fa gli arrembaggi risultano triplicati. Andrew Mwangura, esperto del fenomeno in Kenya, denuncia che gli ex pescatori o miliziani trasformati in corsari «sono solo pesci piccoli. I grandi squali operano a Dubai, Mombasa e Nairobi».