La pista dove corre il mito

Olimpia e il fuoco. C’è un legame sacro e fatale tra la fiamma e il santuario ellenico dell'atletica. Se la fiaccola è un’invenzione moderna (entra nel cerimoniale nel 1928), si sa che durante le celebrazioni antiche delle gare i bracieri rituali ardevano nei templi di Zeus e di Era. Lo stesso altare di Zeus era frutto del fuoco. Stando allo scrittore Pausania, che lasciò una guida completa del sito di Olimpia (ancora utile a chi oggi visita i resti), il rialzo era composto da un basamento in pietra e da uno strato di cenere, residuo dei sacrifici. Vi si saliva grazie a gradini intagliati, e gli addetti alla manutenzione intonacavano il manufatto con le reliquie arse, impastate con l’acqua benedetta del fiume Alfeo, che irriga l’area religiosa. Pindaro, che esaltò i vincitori nei suoi epinici, «canti di trionfo», quando volle celebrare Olimpia, la paragonò allo splendore di un fuoco che brucia nella notte, a un sole ardente che abbaglia nel cristallo del cielo meridiano. Caldaie colme d'olio sobbollivano nella cella del tempio di Zeus, per ammorbidire l’aria e fornire all’oro e all’avorio della statua colossale del dio, capo d'opera del maestro ateniese Fidia, il tenero palpito di un incarnato vivente. Oggi incendi più crudeli mordono i margini di questo magico fazzoletto di Grecia, nel quale si concentra l’ideale più genuino di aretè, il «primato», sportivo e morale, che secondo gli antichi nobilitava l’essere umano, lo rendeva di sostanza paragonabile a quella celeste. Tutto cominciò al tempo in cui i cavalli erano ancora fiabeschi giocattoli fabbricati dagli dèi. Pèlope, un principe asiatico, nipote di Zeus, pretese Ippodamìa («la domatrice di puledri»), figlia di Enomao, re di Pisa e dell’Elide, paese nordoccidentale di quello che si sarebbe chiamato, in seguito, «isola di Pelope», Peloponneso, l’immenso crogiolo dei focolai odierni. Con i pretendenti della figlia, Enomao era brutale: li sfidava a una corsa di cocchi, da Olimpia a Corinto, con la promessa di concedere la mano della bella al vincitore. Enomao aveva l’asso nella manica. Forte di una pariglia fatata, dono del dio guerriero Ares, agguantava il pretendente e lo stendeva con un colpo di lancia. Pelope correva con destrieri volanti, dono del dio Posidone. Il ragazzo inchiodò il suocero, guadagnando l’ereditiera, un regno e la fama di fondatore dei giochi per eccellenza, le Olimpiadi dei carri, da lui istituite come fastoso risarcimento a Zeus. Quella fu l’Olimpiade primordiale. Dal 776 a.C., secondo le cronache, ogni quattro anni si riunivano sulle sponde dell’Alfeo i contendenti, per disputarsi sulle pedane e sulle piste la corona di ulivo selvatico, che alla sua apparente modestia univa il valore di una gloria immensa e più sostanziosi guadagni. I vincitori, tornati in patria, godevano di vitalizi e prebende. Nella fase matura, il programma olimpico comprendeva una settimana di gare e celebrazioni. Tutto si svolgeva nel torrido agosto e un eroe filantropo, Eracle, aveva piantumato le tribune dello stadio con gli ulivi, per ombreggiare pubblico e arbitri. Le gare di spicco erano la corsa nello stadio (semplice e doppia), il pentathlon (salto, corsa, disco, giavellotto, lotta), il pancrazio (una variante del pugilato con prese di lotta), la corsa di fondo, quella con armatura completa e, gemma dell’Olimpiade, la sfida con la quadriga. Qui il vincitore non era l’auriga che tagliava il traguardo dei dodici giri di pista (tredici chilometri circa), ma l’armatore, un principe, un potente che affidava al trionfo (e a un poeta che lo celebrava nel carme) un messaggio di prestigio politico. La passione pubblica coccolava, già allora, gli «olimpionici» con nomignoli d’arte. Un mezzofondista di Stìnfalo, pluridecorato nel dolichos, «mezzofondo», celebre per aver inventato una dieta carnea, quando la regola dietetica imponeva il formaggio, divenne per antonomasia Dromeus, il «Corridore». Odometro, «misuratore (cioè macinatore) di strade» fu il titolo onorario di Faillo, un saltatore in lungo che eccelleva anche nelle falcate. Emerodromo «che corre un giorno intero» fregiò Ageo: dopo la sosta sul podio di Olimpia, non si fermò, coperse chilometri a centinaia per annunciare la vittoria ad Argo, sua città natale. I Greci chiamarono Ippos, «cavallo», Ermogene di Xanto, che guadagnò l’ulivo otto volte, in tre Olimpiadi. Ferenikos, «latore di vittoria» era il corsiero del magnate siracusano Ierone, ulivo nel 476 a.C.; Brezza, invece, fu detta la puledra che trionfò scossa a Olimpia. Gli Elei, il comitato organizzatore, permisero in via eccezionale che le fosse dedicato un onore umano, la statua di bronzo. Si scontravano anche poeti e scrittori, all’ombra di Zeus. Erodoto vi lesse i brogliacci delle sue Storie. Sforzo fisico, offerto come nobile primizia di pace agli dei, e acutezza dello spirito: adamantino simbolo olimpico della complessità umana, l'insegnamento ellenico più armonioso.
Ezio Savino