«Una pistolettata alla nuca e atti falsi all’anagrafe»

Pubblichiamo il testo integrale del verbale di denuncia presentata da una madre cui i partigiani uccisero la figlia a sangue freddo e a guerra finita.

Addì, 27 gennaio 1949, nella questura di Savona, dinnanzi a noi funzionario di P.S. dr. Pietro Fabiani, è presente Vengelli Laura in Ghersi, fu Luigi, nata ad Albissola il 25 aprile 1900, residente a Savona, via Tallone 10/3, la quale interrogata dichiara quanto segue:
In merito all’uccisione di mia figlia Giuseppina, avvenuta nel periodo post insurrezionale, posso precisare quanto segue:
Nel mese di febbraio 1944, una sera alle 19 circa, si presentarono nella nostra abitazione due individui mascherati, i quali, rivolgendosi a me (mio marito era assente) puntandomi una rivoltella, mi chiesero dove si trovasse mia figlia. Era loro evidente intenzione di prelevarla. Per fortuna la ragazza non si trovava in casa, ed i due dovettero desistere dal loro, ed i due dovettero desistere dal loro proposito. Io mi misi ad urlare ed i due fuggirono.
Non mi resi conto subito del perché i due che indovinai subito essere partigiani, cercassero di portar via mia figlia: soltanto più tardi seppi che era stata messa in giro la voce che la bambina fosse una spia. Questa diceria, probabilmente, era nata dal fatto che a pian terreno della mia abitazione, in un appartamento di nostra proprietà, alloggiavano alcuni «S. Marco», con i quali qualche volta la bambina si intratteneva. Anche io e mio marito eravamo probabilmente odiati, perché, per ragioni del nostro commercio, avevamo contatti saltuari con elementi delle forze nazifascisti.
Il giorno 26 aprile 1945, io e mio marito, mentre ci recavamo al mercato, alle ore 6.30 circa, venimmo fermati da due partigiani armati, di cui uno si chiama De Benedetti, ed accompagnati al Campo di concentramento di Legino. Giunti colà, passammo il giorno e la notte senza essere interrogati. La mattina successiva, venni interrogata dal comando del Campo, e con minacce e percosse fui costretta a dire dove tenessi nascosti i denari, nella mia abitazione. Si fecero consegnare le chiavi. Ho dimenticato di dire che prima di chiedermi dove tenessi il denaro, mi avevano fatto promettere di consegnar loro mia figlia. Non conosco di nome alcuno di quelli che mi interrogarono, ricordo soltanto che uno di loro era chiamato «comandante» ed era piccolo di statura con i capelli castani ondulati.
Alla fine dell’interrogatorio, il «comandante» ordinò ad un partigiano, che in seguito seppi chiamarsi Guerci, di accompagnarmi a cercare mia figlia. Io, vinta dalla paura, accompagnai il Guerci a prendere la bambina, che si trovava in casa di nostri conoscenti, e tutti e tre rientrammo al Campo.
La sera del 27 mio marito ed io venimmo trasferiti presso le carceri di S. Agostino. Io venni rilasciata dopo pochi giorni (non ricordo la data precisa) e mio marito l’11 di giugno.
Appena uscita dal carcere, seppi da mia sorella e da una mia amica che circolava voce che mia figlia fosse stata uccisa. Trovai la casa in disordine, priva dei valori e dei commestibili che vi avevo lasciato. Rintracciammo poi la tomba della bambina nel cimitero di Zinola. Presso il locale municipio risulta deceduta il 26 Aprile.
La data è certamente sbagliata in quanto mia figlia il giorno 27 era ancora certamente viva. Mio marito, in carcere, seppe da fascisti, che successivamente vennero uccisi, che mia figlia era stata uccisa da un certo Gatti residente a Bergeggi, con un colpo di rivoltella alla nuca. Non siamo in possesso di altri elementi utili all’identificazione dei responsabili dell’uccisione di mia figlia.
Per quanto riguarda i valori asportati dalla mia abitazione, non posso indicare da chi siano stati asportati: le chiavi dell’abitazione vennero restituite a mia sorella Mongolli Maria con me coabitante; dopo che la casa era stata saccheggiata. Essa stessa si interessò presso la sezione comunista delle Fornaci per averle.
Qualche giorno dopo venne in casa certo Peragallo, che mise dei sigilli sulle porte di alcune camere. I sigilli furono tolti da un agente della questura, certo Galatolo, al quale mio marito si era rivolto.
In seguito mio marito ed io venimmo sottoposti a giudizio di epurazione da un comitato costituitosi tra i piazzisti del Mercato all’ingrosso di frutta e verdura, e ci venne vietato l’esercizio del nostro commercio, che potemmo soltanto riprendere l’anno scorso.
L’asportazione dei valori dalla mia abitazione è stata considerata come danneggiamento per cause di guerra, e dietro nostra domanda in competente Ministero ci ha già corrisposto la somma di L. 150.000.
Letto confermato e sottoscritto