Un po’ Obama, un po’ Berlusconi. Veltroni s’inventa il "veltronese"

La "nuova" lingua del leader del Pd: un mix di stili rubati a modelli, avversari e miti di gioventù. Un "copia-incolla" che esclude scientificamente i vecchi termini ancora usati da D’Alema e Fassino

Roma - Yes we can, «Si può fare»: già lo slogan è una trasposizione letterale (questa anche dichiarata, a dire il vero) di quello della campagna per le primarie di Barack Obama. E così Walter traduce-e-cuce, inventandosi strada facendo un nuovo vocabolario, nuovi stilemi, in pratica una nuova lingua. Certo, non tutto è farina del suo sacco, non tutto è originalissimo: ma per la sinistra italiana e per il nostro Paese è una novità assoluta, qualcosa che cambia anche i modi di essere e di fare, ed è quindi un esercizio interessante scomporre questa novità per rintracciarne tutte le diversissime ascendenze. Perché è anche così, ovviamente, che dal fuoco della campagna elettorale nasce una nuova vulgata politica, il «neo-veltronese», che sta alla lingua madre di Barack Obama come le poesie di Ugo Foscolo stavano ai poemi di Ossian, come l’Eneide di Virgilio alla tradizione omerica, come la lingua dialettica rivoluzionaria di Lenin era figlia diretta della tomistica ottocentesca marxiana.

Certo, qualcuno dirà che Veltroni è un «traduttor dei traduttori», come si diceva con cattiveria di Vincenzo Monti e delle sue fortunatissime versioni poetiche: ma intanto quello aveva successo, e anche il «neo-veltronese» inizia a risuonare, e riscrivere il profilo politico-ideale di una coalizione, forse persino una nuova carta di identità. Walter per esempio dice: «Dobbiamo scegliere fra passato e futuro», ed è una citazione pressoché letterale di uno dei più fortunati slogan del candidato nero delle primarie americane: «Past against future». Oppure dice: «Vi chiedo di non pensare a quale partito, ma a quale paese», e dietro ci trovi la rielaborazione del più grande classico del kennedysmo (nel senso di Jfk): «Non chiedetevi cosa può fare l’America per voi, chiedetevi cosa potete fare voi per l’America». E poi Veltroni arriva perfino a rubare qualche lemma al suo grande avversario: «Noi oggi abbiamo cercato di parlare un linguaggio diverso dal solito - ripeteva ai cittadini della cittadina umbra dopo il suo comizio di apertura - non quello dell’odio e della distruzione» (e pareva di sentire uno dei tormentoni fissi del Cavaliere: «Noi oggi parliamo la lingua dell’amore contro quella dell’odio»).

E così, fra una parafrasi, una traduzione e una rielaborazione, è tutta una cultura che sta cambiando a partire dal discorso di Spello. Veltroni non dice più «le destre» come diceva Massimo D’Alema quando era arrabbiato; non dice più «i berlusconiani», come dicono tutte le lingue derivate dalla pubblicistica di Marco Travaglio e Furio Colombo: non dice nemmeno «il centrodestra», come faceva Romano Prodi. Lavora per sottrazione, dice solo «i nostri avversari», e anche quando deve attaccare non cita mai direttamente il Cavaliere. Persino se deve bacchettare qualcuno lo fa con toni felpati, ricorre all’impersonale, spiega che ce la con «chi» disse «non faremo prigionieri», ma non cita direttamente Cesare Previti. Dice che il senatore che ha sputato «troverà sicuramente qualcuno che lo riporta in parlamento», ma non dice che il cattivaccio è l’udeurrino Barbato (e che coloro che lo riportano in parlamento sono ovviamente le liste del centrodestra). Se il sostantivo più utilizzato da Achille Occhetto era ancora «sinistra», se quelle preferito di D’Alema era «il socialismo», se quello di Fassino era la «socialdemocrazia», Veltroni taglia tutto e tutti, e si butta su «il nuovo»: «L'Italia - ripete - deve lasciare l'odio e scegliere la speranza. L'Italia deve lasciare la paura e scegliere il nuovo». Non ci sono più le coppie oppositive classiche progresso-conservazione e nemmeno quella destra-sinistra (parola che per quanto possa sembrare incredibile nel suo comizio di apertura Veltroni non ha pronunciato mai). E non ci sono più i soggetti organizzati, non dico «la classe», che è roba arcaica, ma nemmeno «i sindacati», o «i lavoratori». Si parla di «giovani», «ceti produttivi», «modernizzatori». E poi, in un’altra frase chiave: «... l'Italia dei doveri e non solo dei diritti. L'Italia della mobilità sociale e non dei corporativismi asfissianti». Scompaiono le identità classiche della sinistra, si moltiplicano i riferimenti alla nazione (che un tempo a sinistra era «roba da fascisti»): l’Italia, gli italiani, usati nel discorso con una allitterazione che può ricordare persino il Mussolini imitato da Beppe Grillo: i-ta-lia-ni!.....

In ogni caso è il soggetto ideale del veltronismo che cambia: persino «l’Italia che si rimbocca le maniche», ricorda molto «l’Italia che produce» del primo discorso di discesa in campo di Silvio Berlusconi. Così come tutto il comizio di Spello era costruito con una regia accuratissima, pensata prima per la tv che per il pubblico che era lì ad ascoltarlo. Scompaiono i simulacri di partito, le iconografie del movimento operaio, il rosso: il simbolo più forte che si vedeva nei quaranta minuti di discorso non era nemmeno il logo vagamente farmaceutico del Pd, ma il tricolore italiano.

E poi stavolta niente albero genealogico: a parte una paio di menzioni di servizio per Romano Prodi, l’unico leader citato - non a caso - non appartiene alla storia della sinistra, ed è l’icona vagamente mistica di Aldo Moro. Il meglio di sé Veltroni lo dà quando spinge sul suo nuovismo americanista: «Il futuro è l’unico posto dove possiamo andare». Che poi non vuol significare proprio nulla, ma è così suggestivo che ci puoi associare qualsiasi cosa. Il neoveltronese è molto pop, molto cinematografico, molto evocativo: preferisce emozionare che dire.