La (poco) santa alleanza che uccide la Birmania

«La Cina boicotta le sanzioni contro il governo birmano. Boicottiamo le Olimpiadi cinesi», scrive MM. Aggiunge Francesco: «Il colore della rivolta birmana è lo ZAFFERANO, non il rosso. Indossate qualcosa di colore giallo, ocra, arancione, terra di siena, quello che volete, ma non rosso, che è il colore del regime militare che opprime la Birmania dal '62. Free Burma!». Inviate al sito dei Riformatori Liberali, queste due consolanti letterine dicono meglio di una sofisticata analisi la verità sulla rivolta di Rangoon. Uso i nomi veri della nazione e della capitale antiche alle quali i generali comunisti hanno cercato di togliere tutto, anche le radici più preziose. Lo hanno fatto con la complicità delle Nazioni Unite, e grazie al potere di veto della Cina e della Russia al Consiglio di Sicurezza.
La rivolta del popolo birmano, guidato dai monaci buddisti, contro la giunta militare comunista, originata dalla disperazione e dalla fame, è stata perciò considerata dai partecipanti all'Assemblea generale dell'Onu a New York un imbarazzo al quale non sapevano come rispondere. Può George Bush, che sta per lasciare, rischiare una crisi internazionale? Può farlo Sarkozy, nuovo arrivato, con tutto il suo coraggio? Lasciamo perdere per carità di patria Romano Prodi, che è riuscito a non nominare mai la Birmania, e si capisce. Chi glielo diceva ai comunisti alleati di governo, chi alla Russia dal cui gas dipendiamo, chi alla Cina, diventata partner privilegiato? E questa volta la pena di morte non ha fatto velo né a lui né al ministro Emma Bonino. La Cina fornisce armi e assistenza alla dittatura birmana, e non paga il gas che riceve in cambio; perseguita i bonzi birmani proprio come quelli tibetani. Va avanti così dal 1962, nel 1990 le elezioni sono state annullate, piantiamola con l'ipocrisia delle magliette di solidarietà. C'è un unico modo per aiutare quel povero Paese ridotto anzitutto allo stremo economico, per onorare il sacrificio in vita di Aung San Suu Kyi, leader prigioniera dell'opposizione: non andare alle Olimpiadi di Pechino nel 2008, riconoscere fin da ora l'offensiva mondiale di Pechino e Mosca.
Legno pregiato, campi di grano e di riso, pietre preziose, gas naturale sono le risorse nazionali, eppure la Birmania sta affondando perché i militari non hanno alcun interesse di patria, sono ladri, saccheggiatori, incompetenti, spendono tutto per le armi e per pagare le spie. Ce n'è almeno una per strada, perfino per famiglia, come faceva Saddam Hussein. La chiamano la via birmana al socialismo, è il potere tremendo della paura. Nel 1990, dopo trent'anni, alle prime elezioni furono battuti, e fu eletta primo ministro il capo del principale partito di opposizione, la National League for Democracy: Aung San Suu Kyi, che già allora viveva rinchiusa, conquistò 392 seggi sui 485 a disposizione. Ma era una trappola, i militari annullarono subito il voto, arrestarono i collaboratori della signora, stroncarono le manifestazioni di monaci e studenti, e ammazzarono tremila persone; lei rifiutò l'esilio e da allora vive rinchiusa, spostata in continuazione, sorvegliata in modo oppressivo e minaccioso, il marito e i figli lontani in Europa. Ogni volta che glielo lasciano fare, si affaccia alla sua finestra o arriva al cancello, il volto bellissimo sempre più scavato, un fiore sempre nei capelli. Ha sessantadue anni, è malata. Qualcuno ha fatto qualcosa per lei, qualcuno ha alzato un dito? No, le hanno dato un Nobel per la pace.
Dopo l'abdicazione del generale Ne Win, al potere è rimasto l'esercito, proprietario anche dell'economia, magari attraverso prestanome o familiari. Gestiscono loro il turismo, ma nonostante la Birmania sia un Paese meraviglioso, quello delle pagode d'oro, è anche il meno visitato dell'Asia. Ultimamente però sono arrivati i cinesi, sono i ricchi, fanno affari, portano soldi, tengono in piedi il regime ed esportano il modello di Pechino che tanto entusiasma i governi occidentali, quello italiano in testa. I birmani non ne ricavano niente: non acqua corrente, non case decenti, nemmeno i mezzi pubblici che dopo l'ultimo aumento del carburante sono diventati rarissimi. Niente giornali, solo un canale televisivo ufficiale, un telefono cellulare costa tremila dollari, pari più o meno a dieci anni di salario.
La giunta birmana ha ceduto alla Cina l'isola di Coco. È in pieno Oceano Indiano, non lontano dall'Australia e dall'India, un presidio militare per estendere l'influenza di Pechino nel golfo del Bengala. Che vuol dire? Che Pechino e Mosca stanno tornando all'attacco nel progetto di fare dell'Asia il nuovo centro del mondo. Era già chiaro con la Corea del Nord, che continua a godere dell'appoggio di Pechino, e di Mosca: solo così Pyongyang sopravvive e può porre condizioni per fermare il suo progetto nucleare. Poi sono arrivate le dispute territoriali tra Russia e Giappone sulle isole Curili, Mosca che ha intimato a Tokyo di cessare le sue pretese, usando come ricatto il gas che dalla Kamchatka arriva nell'isola nipponica di Hokkaido. La Cina boicotta anche Taiwan, negandole con il veto di avere un seggio all'Onu. Adesso il no sulla Birmania copre con arroganza le violenze e i morti. Tra gli scontenti c'è l'India che non vuole ulteriori ingerenze cinesi in Birmania, che confina con le regioni indiane del Manipur, del Mizoram e del Nagaland. Ma l'India, l'Unione Europea e gli Stati Uniti si trovano a dover considerare l'inattesa alleanza della Cina con la Russia di Putin, e questo è un problema che ricorda il passato della guerra fredda.
Maria Giovanna Maglie