La poesia sepolta

Versi contro Berlusconi ripescati dalle carte di un grande poeta morto. Le polemiche con l’editore Einaudi che non li volle pubblicare in seguito a valutazioni - parole dell’editor della casa torinese - puramente qualitative. A dispetto della polemica scatenata dalle poesie sul «cavalier Menzogna», il libretto Ultimi versi di Giovanni Raboni (Garzanti) andrebbe letto, anche nei suoi difetti (quell’editor non aveva torto) con il rispetto che richiede una personalità ben definita, semplice e insieme molto sfaccettata, quale è stata quella del poeta milanese morto nel 2004.
Come sempre accade in questo tipo di pubblicazioni, i testi polemici vengono anteposti a un insieme costellato di segnali, rimandi, accensioni, scoramenti. Ma per capirli occorre proseguire, oltrepassare l’ira, accettare quel tutt’uno di passione, di ingenuità quasi infantile, di amabile goffaggine e anche di illusione che fu Giovanni Raboni. Nello stesso libro leggiamo versi come questi: «Nel Trionfo dell’Ignoranza/ c’è poco da vedere/ e addirittura niente da scoprire/ L’unica cosa decisiva/ essendo l’invisibile bravura/ con la quale il Menzogna/ e i suoi spacciatori mediatici/ immettono da vent’anni ogni giorno/ nelle vene dei sudditi/ micidiali microdosi d’oblio». O come questi: «Un’ossessione? Certo che lo è./ Come potrebbe non ossessionarci/ la continua reiterazione/ degli stereotipi più osceni,/ l’alluvione di falsità e soprusi,/ la suprema pornografia/ dell’astuzia fatta oggetto di culto,/ della prepotenza fatta valore,/ della spudoratezza fatta icona?». Poi però troviamo versi come questi: «Allo stadio andavamo presto,/ non volevamo perdere/ la partita prima della partita./ In campo, uguali da confonderli/ a dei giocatori veri, i ragazzi/ delle squadre chiamate primavera./ Guardarli era una pura meraviglia./ Forse perché correvano sul prato/ con furibonda leggerezza/ come se fosse, quello che facevano,/ davvero un gioco - o forse/ perché l’altra cosa, la vera,/ doveva ancora cominciare,/ era ancora tutta davanti a noi/ con le sue ombre sanguinose,/ con il suo cupo carico di gloria». Bisogna tener conto di tutto. Di fronte a questo tutto, poi, c’è l'editore che dice di no e c’è quello che dice di sì, stabilendo magari un ordine che, inevitabilmente, condiziona la lettura, e che potrebbe anche non essere il migliore (per il lettore, s’intende).
Noi non entreremo nel merito poetico dei versi di questo libro, nemmeno di quelli che riguardano Silvio Berlusconi. Dire «mi piacciono» puzzerebbe di conformista, dire «non mi piacciono» puzzerebbe di vigliacco. Diciamo che sono versi di Raboni - e questa è un’osservazione critica (per chi la capisce). Entreremo, invece, nel merito di una deriva culturale che coinvolge un po’ tutti, e molto al di là della distinzione destra/sinistra.
I versi di Raboni contro il «cavalier Menzogna» rappresentano un atteggiamento intellettuale ormai inefficace a comprendere i passi della storia. Capisco lo scatenamento dei comici contro Berlusconi, alcuni dei quali usano le sue reti tv, e sono perciò, in qualche modo, pagati da lui. Il comico, erede del giullare, ha sempre qualcosa in comune con il suo obiettivo: c’è una specie di complicità, anche nell’odio, che illumina l’orizzonte economico, commerciale del rapporto. Viceversa, le parole di Raboni cadono troppo dall’alto di valori maiuscoli: la Dignità, la Verità, la Democrazia, la Libertà e via dicendo. Non che non siano valori sacrosanti, ma occorre domandarsi quali siano le categorie adeguate per comprendere i fatti che accadono. Guai a sbagliare approccio: nell’ansia dell’opposizione al nemico, si rischia di rafforzarlo. Puoi odiare Berlusconi, ma se lo apparenti a Mussolini commetti un errore madornale.
Dobbiamo chiederci: ha ancora senso parlare di un mondo della cultura, tutto dedito a pensieri elevati, di una Società delle Lettere a custodia dei valori eterni della Civiltà, contrapposto a un altro mondo - quello del rimbambimento mediatico - che avrebbe divorato ormai milioni di individui? Ha ancora senso credere che gli intellettuali, gli scrittori, i registi cinematografici non abbiano nessuna, ma proprio nessuna responsabilità intellettuale e morale nei confronti dell’ineducazione e della beceraggine che ben conosciamo intorno a noi? Ci ha mai sfiorato il cervello l’idea che uno stimato uomo di cultura può, forse, a suo modo contribuire alla nefandezza del mondo assai più di un produttore di tv-trash o di un palazzinaro? Ne parlò, anni fa, un libro geniale: La versione di Barney di Mordecai Richler.
Raboni, pace all’anima sua, dal paradiso depreca che certi personaggi, in primis Berlusconi, abbiano infranto le regole del gioco. Svegliamoci: il modello gramsciano - grande fucina di regole, ruoli, sudditanze - è morto. Più che di regole del gioco, oggi c’è bisogno di libertà vera, quella cui il croupier invita chi siede al tavolo verde: «Fate il vostro gioco».