Il poeta Firpo cantò le passioni in puro dialetto

Quali considerazioni trarre da Edoardo Firpo (1889-1957), dopo avere ascoltato, al Palazzo Bombrini di Cornigliano, in uno spettacolo intitolato «A vitta», le sue poesie cantate e musicate da Buby Senarega e coordinate da Silvio Ferrari?
Come genovesi penso non si possa rimanere che orgogliosi di questa sua produzione poetica. E il merito, per averci rintrodotto nel contenuto di quei versi, è da attribuire ai due protagonisti impegnati nell’iniziativa, Senarega-Ferrari, che con capacità musicale l’uno e con commento sullo stile linguistico l’altro, ci hanno potuto fare ancora cogliere e riflettere ciò che volle trasmetterci, questo autore dialettale del ’900. Il quale è riuscito a sintetizzare, in modo emblematico, tutta la propria esistenza - appunto - nella poesia: A vitta. Gh’o domandòu a un vegettin de l’Antoa/ ch’o fava a guardia a-e pegoe:/ Comme o se ciamma quest’oxellin che canta?/ A l’è landrinu-a a l’è,/a fa o sêu nio in taera, a s’arsa e a canta. Traduzione: Un dì chiesi a un vecchietto dell’Antola che a le pecore stava lì di guardia: - Ma chi è quest’uccellino che canta? _ È l’allodola, quella, fa il nido suo in terra, s’alza e canta. Però, la non nutrita partecipazione di pubblico a tale proposta culturale, ha fatto sorgere il dubbio che di Edoardo Firpo, nei nostri quartieri non si sappia più chi sia. E di questa decadenza (ignoranza) andrebbero chieste spiegazioni - altro che lo sbandieramento, dal sapore propagandistico, d’insegnare il genovese nelle scuole elementari - ai diversi responsabili che stazionano nei palazzi amministrativi del centro città e soprattutto a quelli che sono addetti, con competenze, alla cultura. Per non menzionare, poi, quelli che dovrebbero dirigere le attività decentrate (Cornigliano appartiene al Municipio VI del Medio Ponente). Qui, il giudizio si farebbe più deprecabile. Per sottolineare un esempio del loro operato: nel pomeriggio medesimo in cui si presentavano le poesie di Firpo, si è pensato bene di organizzare, a poca distanza, un’altrettanta manifestazione dal titolo: «Per un Natale 2009 di solidarietà», con rinfresco. Presumo che il fatto, quello di accavallare le due iniziative, sia stato dovuto solo al caso e che non si siano voluti tentare, in nessuno modo, contromisure in funzione di altri orientamenti, rispetto a quanto si sarebbe potuto intendere, sbagliando, da una presentazione di alcune poesie di Firpo in dialetto genovese. Anche se non è potuto sfuggire che ad intrattenere quest’altro incontro - intendiamoci, più che legittimo e consono al momento - sia stato un sacerdote del quartiere attento molto alle esigenze degli extracomunitari che vivono nel territorio.
E se invece ci fosse stato qualcuno, di buon senso, che avesse proposto di unificare i due avvenimenti culturali? Possibile che a nessuno, - mi domando - degli organizzatori si sia acceso un lume propositivo del genere? Per l’occasione si sarebbero intrecciate tradizioni, modi di essere... E nel ricordo della Natività - in cui Firpo ha dedicato più di una poesia - saremmo un po’ tutti, in fine, cresciuti. Peccato!
Comunque, mettersi a parlare di Firpo - tralasciando quelle sue liriche di maggiore comprensione - bisogna ammettere che non è argomento semplice. Specie quando ci si vuole addentrare nel suo pensiero e nella sua personalità. Firpo ha una fisionomia letteraria complessa e dallo sviluppo singolare. Fornita di una sensibilità delicata che ne caratterizza, in maniera del tutto atipica, la sua poesia. La sua percezione sentimentale sfiorò il non comune. Come fu altrettanto anormale quella sua autoesclusione dai rapporti affettivi con donne. Pur non essendo stato mai un «diverso». Invece detestò ed amò sua madre, riproducendo alla perfezione l’eterno mito di Edipo. Nella sua esistenza, oltre stringere amicizia con l’altro poeta ligure Giovanni Descalzo (1902-1951), non ebbe molti sodalizi.
Anche se non era un misantropo, rifiutava la confusione, i rumori. Egli visse intimamente con la propria idealità sognando. E nell’astrarsi, tendeva alla malinconia. Come lo erano, tendenti alla mestizia, i crepuscolari e come lo furono, in eguale misura, i poeti appartenenti alla corrente letteraria del simbolismo francese, di cui fu un attento lettore.
La visione del mondo di Firpo non fu mai decadente o misteriosa come quella ermetica. Pur con una vena accentuata di pessimismo, non si risparmiò di avere un impegno politico. Fu un antifascista. E per questo subì il carcere. Nel 1946 si iscrisse al PCI. L’euforia di un grande partito di massa lo attrasse. Ma rimase lontano dal marxismo. Anche per questa ragione, per l’apparato del PCI, rimase sempre un tollerato. Venne considerato un popolare. Uno che faceva del folklore. Quindi, da nutrire nei suoi confronti dei dubbi.
I poeti liguri nel secolo passato sono sempre stati, nei loro percorsi di vita, liberi da regole. Sciolti e sganciati da vincoli sia politici, sia accademici. Costoro hanno sempre preferito procedere con autonomia, all’interno di un loro eclettismo e privilegiando il valore della propria libertà individuale. L’unico elemento in comune che tra loro sussiste - al di là della loro tendenza spirituale o materiale - rimane l’individualismo. Ecco perché la critica, quella ufficiale, per i liguri arriva sempre in ritardo.
Firpo fu un uomo dal carattere schivo che amava appartarsi in solitudine, tra la quiete dei monti o al ridosso di una scogliera. E per ore e ore rimaneva a scrutare quel pezzo di terra o di mare che lo circondava. Riuscendo a sentire suoni, simili ad aliti o assaporare il delicato profumo che emanava a saziare la sua ispirazione e la sua fantasia per i suoi scritti poetici. E troverà, pure, in quegli effimeri spazi, la forza spirituale di potere continuare a vivere o sopravvivere. Perché la sua fu una vita di miseria costante. Ciò che ricavava accordando pianoforti (era il suo mestiere) lo rendeva in una condizione economica precaria.
Questo poeta, se noi non conoscessimo l’intera sua vita, ma solo parti di essa, lo potremmo quasi definire un religioso. Una sorta di mistico che ritualizzava la natura. E credo che non vi sia stato, in tutto l’arco della letteratura italiana (se si esclude il capolavoro della poesia religiosa del Duecento «Il cantico delle creature» attribuito a San Francesco) una simile simbiosi tra sentimento ed immagini idealizzate.
Firpo, da tempo degente presso l’Ospedale San Martino, reparto cronici, moriva il 10 febbraio 1957. E, prima che la sua fantasia si spegnesse per sempre, ebbe ancora la forza intuitiva di paragonare le suore vestite di bianco, che si aggiravano per le corsie, alle farfalle che svolazzano nei prati e i medici chini a visitare gli ammalati, alle api sopra ai fiori. Ma, con la differenza - egli aggiunse nell’ultima strofetta, con un ragionare spoglio di qualsiasi speranza - che costoro non sono come le farfalle o come le api; non vanno nei prati o sul trifoglio a trasformare il nettare in miele: loro vanno invece a snidare il male che tormenta l’uomo.
Oggi, verificare quanto sia d’interesse Firpo, attraverso la tenuta della sua poetica e con l’esame dei suoi soggetti, la ritengo una operazione culturale di rimozione assai difficoltosa. L’atmosfera per chi studia non è delle migliori. E le cause sono - a mio avviso - da attribuirsi ad una situazione politica - nel caso specifico, poi, di Firpo - negativa in cui giace Genova da tempo. Purtroppo, gli indici dell’approfondimento si sono abbassati.
Il clima di convivenza politica è arido. Non favorisce. Nella nostra città si avvertono, nei rapporti, rancore e astio. Gelosie e ogni sorta d’invidia, specie tra chi dovrebbe suggerire comportamenti morali da imitare.
La cultura non deve essere considerata aspetto marginale nell’attività civile dell’uomo. È una necessità per la politica. Come il pensiero filosofico - a modo di affermare Benedetto XVI - nutre la teologia; la cultura nutre, nel suo insieme, la politica. Saranno considerate, pure, delle «soprastrutture», ma senza letteratura, senza cinema, teatro, musica e senza poesia, non vi può essere umanesimo politico.
Per cui la rievocazione delle poesie di Firpo - fatte con straordinaria competenza da Senarega-Ferrari - avrebbe dovuto essere sorretta a monte. A mio avviso una rappresentazione del genere, avrebbe dovuto nascere da uno stimolo o da un richiamo in precedenza. Magari, da una imminente edizione critica dei suoi testi o, anche, dalla pubblicazione di studi sul periodo storico su cui ha vissuto il nostro poeta.