Il poeta povero? Ormai è un falso mito

Senza scomodare l’antichissimo adagio «carmina non dant panem», che i poeti siano poveri è un luogo comune talmente diffuso da non richiedere smentite e non essere mai messo in discussione. Eppure questa è solo una parte della verità. Intanto, quella della povertà è una condizione comune a chiunque decida di dedicare la propria vita all’arte in ogni sua forma. Se ci sono stati artisti poverissimi, spesso ai limiti dell’indigenza, che barattavano un loro quadro per un piatto di minestra, si può però dire che in molti casi, quando il loro talento sia stato riconosciuto, le loro opere hanno assunto valori economici inestimabili o spropositati.
Certo i poeti, che fanno parte dei più diversi livelli sociali, non potranno mai aspettarsi, neppure quando raggiungono la gloria postuma, che le loro opere rendano ricchi gli eredi. Ma che facciano la fame come, per esempio, Dino Campana, è piuttosto improbabile.
Cominciamo col dire che la pratica della poesia raramente è svolta a livello «professionale»; quasi sempre, invece, è un «secondo lavoro», e non per forza improduttivo. Si può essere poeti facendo l’insegnante, l’impiegato di una casa editrice, il traduttore, il docente universitario, il medico della mutua, l’operaio, il copywriter e perfino il giornalista, assicurandosi insomma, in ognuno dei mille modi disponibili, la pagnotta. E la maggior parte dei poeti italiani questo fa: ha un lavoro, magari precario, ma che assicura un dignitoso livello di sopravvivenza.
Ci sono inoltre molti modi per «arrotondare» anche con questo «secondo lavoro». Sono le centinaia di festival letterari o di poesia, che prevedono non trascurabili e in alcuni casi cospicui gettoni di presenza. E non c’è poeta di media bravura o popolarità che non vi venga invitato. Ci sono le centinaia di premi e premietti, dal soldo che varia da poche migliaia di euro a borse cospicue. E vi sono poeti di media bravura e popolarità che ne fanno incetta.
Questo per limitarci alla situazione italiana. Se poi guardiamo oltre il cortile di casa nostra, notiamo come in molti casi la pratica della poesia si è accompagnata anche a carriere aziendali di successo. T. S. Eliot, per esempio, prima di vincere il Nobel, lavorò per dieci anni nell’ufficio esteri della Lloyd’s Bank di Londra, e diresse poi una delle più importanti case editrici inglesi, la Faber & Faber, e oltre a vivere bene era anche un uomo di potere. Uno dei più grandi poeti americani, Wallace Stevens, era dirigente di una compagnia d’assicurazione, e amava dire che «il denaro è una specie di poesia». Edmund Stedman, un poeta americano ora dimenticato, fu un ricchissimo finanziere di Wall Street. James Dickey aveva un ben remunerato impiego alla Coca-Cola.
Moltissimi poeti europei e latinoamericani sono stati ben retribuiti diplomatici (il greco Giorgio Seferis, il messicano Octavio Paz, il francese Sant-John Perse ecc.).
Senza voler ricordare il Nobel, che è uno solo e quindi tocca a pochi, vi sono tuttavia numerosi ricchissimi premi di poesia stranieri, come il Jackson americano, lo spagnolo Federico García Lorca, il Griffin canadese, tutti con borse di 50mila dollari o euro; il Reina Sofia iberoamericano (42mila euro), il Ruth Lilly americano (centomila dollari). Premi di cui hanno beneficiato complessivamente molte centinaia di poeti.
Certo, l’Italia non è l’America, ma nel nostro piccolo ci ingegniamo. Abbiamo inventato gli ammortizzatori sociali anche per l’arte, come la famosa e ambita Legge Bacchelli, destinata ad artisti in condizioni economiche precarie, che se pure non viene assegnata sempre a chi davvero la merita, sana comunque situazioni disagiate o estreme. (Ma, a proposito, Riccardo Bacchelli non fu l’autore di un bestseller come Il mulino del Po trasformato anche in sceneggiato televisivo? E non era proprietario di un bellissimo appartamento in via Borgonuovo a Milano? E Umberto Bindi, uno dei fruitori della Bacchelli, non era stato un popolarissimo e certo non povero cantautore?).
Ci sono ancora poeti che diventano popolari, e che grazie ai loro versi si affrancano dal bisogno, come nel caso di Alda Merini, ma è vero che sono eccezioni rispetto al percorso consueto dell’arte. Perché la poesia, che parla di tutto ma praticamente mai di denaro - quasi che questo fosse l’ultimo dei tabù -, è sempre stata investita di un forte senso di dedizione quasi missionaria. E questo spiega perché anche i poeti manager o di successo in poesia non parlino mai del loro lavoro, o perché nei versi di Montale non si accenni al suo lavoro di giornalista al Corriere della Sera.
Ma oggi la figura del poeta povero, «maledetto» e male in arnese è più uno stereotipo che un personaggio reale. Se proprio vogliamo dirla tutta, le uniche persone indigenti che hanno a che fare con la poesia sono alcuni editori di libri di versi.