Addio a Cummins, il soldato neozelandese che liberò il Chianti col battaglione dei Maori

Morto a 95 anni, nel 2009 era tornato a Tavarnelle per ricevere onori da eroe

Jack Cummins era neozelandese, ovvero un cittadino del Paese più lontano dall'Italia, roba che se si infilasse uno spillone lunghissimo a Roma e lo si spingesse dall'altra parte della Terra, spunterebbe da qualche parte vicino Auckland. Eppure Jack ha dato molto all'Italia, dove tornava ogni tanto per ricevere premi, ringraziamenti e onori, oltre che per pettinare la sua nostalgia di uomo vecchio che della gioventù rimpiange perfino la sofferenza e il dolore, perché anch'essi pieni di futuro. Ma Jack in Italia non tornerà più. È morto all'età di 95 anni qualche settimana fa, il 3 luglio, nella sua terra talmente lontana da essere quasi astratta.

Jack era un neozelandese bianco. Non apparteneva ai Maori, il valoroso popolo polinesiano dalla pelle olivastra e dal portamento fiero che lo rende così adatto a uno sport come il rugby, per il quale i Maori sono un po' come i brasiliani nel calcio, superiori antropologicamente al limite del dominio e con il sovrappiù dell'«haka», la danza tribale che alcuni rivali dicono che da sola vale sei punti di vantaggio. Jack non era un Maori ma faceva parte di un battaglione dell'esercito neozelandese, il 28esimo, composto quasi esclusivamente da soldati di quel popolo. Un battaglione venuto dall'altro capo del mondo per combattere i nazisti e i fascisti, che a loro non avevano fatto nulla ma al mondo tanto.

I neozelandesi si erano infilati con il loro piccolo esercito in quel maledetto pasticcio chiamato Seconda Guerra Mondiale andando appresso alla Gran Bretagna per ragioni di lealtà alla Corona, appartenendo anche loro a quella cosa chiamata Commonwealth per cui da ogni angolo del mondo si guarda con incrollabile fiducia a Buckingham Palace. La Nuova Zelanda sin da subito dichiarò guerra alla Germania di Adolf Hitler, che al momento probabilmente non fu molto turbato dalla notizia essendo piuttosto impegnato a invadere la Polonia e a concludere quella prova di forza che nelle sue idee doveva durare poche settimane, al massimo un paio di mesi e poi amici come prima.

Non fu così e dopo un po' di tempo i soldati neozelandesi si trovarono in Europa a combattere con convinzione, perché a migliaia si erano arruolati volontari per vivere quell'avventura esotica. Si batterono ovunque con valore, in patria l'eco delle loro gesta arrivava attutita ma comunque donava loro l'aura degli eroi. Diecimila finirono nell'Italia in cui spiravano ogni genere di tempeste. E il ventottesimo battaglione coi suoi soldati dalla pelle olivastra più quel viso pallido di Jack dopo nell'estate del 1944, dopo che Roma fu liberata, si infognò in un lungo combattimento per liberare il Chianti, la terra bella come un seno di donna alle porte di Firenze. La Toscana in quell'estate che le scarne cronache ricordano come terribilmente torrida e polverosa, era tutta un campo di battaglia. Le truppe tedesche cercavano di ritardare la ritirata fronteggiando con tecniche quasi da guerriglia i veterani delle battaglie africane del XIII corpo britannico, con reparti inglesi, neozelandesi, indiani e sudafricani. In poche decine di chilometri quadrati si incrociavano tutte le razze del mondo, si parlavano tutte le lingue del mondo.

I Maori si trovarono a combattere alla Romola, tra San Casciano e Scandicci, e lì schiaffeggiarono i tedeschi e liberarono di lì a qualche giorno, Firenze. Loro e non i sudafricani, tanto meno gli americani come una corriva storia tramanda. Dieci di loro, tra tanti altri, morirono nell'esplosione di una casa al centro di Tavarnelle Val di Pesa in cui si trovavano e che era stata minati dai soldati tedeschi.

Erano i «Kiwi», così si facevano chiamare perché con questo nome si definisce un buffo uccello panciuto e dal colore bruno che è il simbolo della Nuova Zelanda e da cui prende nome per somiglianza morfologica anche quel frutto peloso che decenni avrebbe trovato clima e terreni idonei anche da noi, diventando italiano. E un po' italiani lo sono stati per tutta la vita anche Jack e i suoi commilitoni Maori. Che tornavano ogni tanto a Tavarnelle, il paese che li aveva adottati e il cui sindaco ha dato ieri la notizia, gettando tutto il Chiantishire in una tristezza composta. Nel 2009 Jack e il suo commilitone Douglas Leckie, già più novantenni che ottantenni, si erano sciroppati ventiquattr'ore di volo per rivedere i luoghi della loro gioventù, del loro eroismo, in Toscana. «Certo che ho ucciso, che dovevo, dare dei bacini?», disse allora Jack a chi gli chiedeva di quei giorni. La storia si fa alle volte con i baci, molto più spesso con i fucili e il coraggio di usarli.

Commenti

rudyger

Ven, 21/07/2017 - 09:27

UN GRAZIE A JACKY E BUON RIPOSO.

Rotohorsy

Ven, 21/07/2017 - 11:15

Bisognerebbe ricordarlo ai nostri politici che ad ogni 25 Aprile ci raccontano solo la storiella dei partigiani e dimenticano i veri liberatori che sarebbero potuti rimanere tranquillamente a casa ed invece vennero in Italia a morire per liberare questo popolo di irriconoscenti.