Addio a Nancy Reagan, prima «regina» d'America

Spinse il marito a compiere il miracolo di trattare con i sovietici senza cedere

di Paolo GuzzantiQuando nacquero gli Stati Uniti, i fondatori stabilirono che la moglie del Presidente sarebbe stata l'equivalente della moglie di un re: una regina e non una semplice consorte, chiamata The First Lady. Gli Usa erano l'unica repubblica democratica del mondo che aveva a che fare con nazioni governate da monarchi e guardata come un pessimo esempio. Poche first lady hanno contato davvero come regine e una fra tutte ha sovrastato le altre con l'eccezione forse di Eleanore Roosevelt. Quella donna fu Nancy Reagan, moglie del presidente Ronald Reagan, morta ieri a 94 anni nella sua residenza di Los Angeles. Nancy era una donna sottile e fortissima, elegante e formale. Sembrava dolce, ma non lo era se non con suo marito su cui esercitava un controllo strettissimo. Quando Ronald finì nel tritacarne mediatico e politico per l'affare Iran-Contras (fondi illegali per armare i guerriglieri anticomunisti del Nicaragua) lei assunse il comando della difesa. Il colpevole della vendita delle armi era Donald T. Regan, quasi omonimo del Presidente, che ricopriva la carica di White House chief of Staff, più o meno l'equivalente di un primo ministro alla francese. Nancy volle che Ronald Reagan licenziasse Donald Regan. E che chiedesse pubblicamente scusa per lo scandalo e per la sua disattenzione. Ronald non ne voleva sapere, ma Nancy fu inflessibile ed ebbe la meglio: davanti alle telecamere il Presidente degli Stati Uniti il 4 marzo del 1987 si scusò pubblicamente e il risultato fu che il consenso popolare nei suoi confronti volò alle stelle. Nancy era il suo allenatore per una linea senza tentennamenti durante la trattativa che portò al collasso dell'Unione Sovietica. Era del resto stata lei ad insistere perché il marito trattasse con i russi sfidando i malumori nel partito repubblicano che consideravano quel dialogo come un cedimento liberal nei confronti dei comunisti. Gli fece mantenere la schiena dritta sia con i sovietici che con i repubblicani schizzinosi. Ronald Reagan dirà: «Lei riuscì ad eliminare ogni traccia di codardia della mia personalità. Senza di lei avrei ceduto mille volte».In migliaia di foto, Nancy guarda adorante Ronald. Prima come attore (anche lei era stata attrice ad Hollywood ma si era messa in cattiva luce difendendo due sceneggiatori di sinistra) poi come candidato e Governatore dello Stato di California, infine come candidato per due volte alla Convenzione repubblicana che vinse nel 1980 dopo averla persa nel 1976, fino a conquistare la Casa Bianca. Nancy e Ronald erano stati massacrati durante la campagna elettorale da una contro-campagna democratica di derisione e di disprezzo, subito ripresa dalle sinistre europee: per loro Ronald Reagan era soltanto un modesto attore di film Western di serie B, un fanatico reazionario e un anticomunista viscerale che avrebbe sfidato l'Unione Sovietica portando il mondo alla terza guerra mondiale, un ignorante e un pericolo pubblico. Quello fu l'uomo che, sostenuto da una tale moglie, poté intimare al segretario generale del Partito comunista sovietico: «Mister Gorbaciov, butti giù quel muro». E fu così che Gorbaciov andò a Bonn, l'allora capitale della Germania Occidentale dove annunciò nel Parlamento tedesco l'imminente caduta del muro, assalito e distrutto a picconate dalla folla il giorno successivo. Reagan aveva compiuto il miracolo senza mettere a rischio la pace e Nancy era stata la sua consigliera personale, una regina in carica, molto più di una moglie.Incontrai Ronald Reagan nei boschi di Atlanta nel 1992, quando venne a sostenere la campagna elettorale repubblicana che candidava George Bush padre per la Casa Bianca. Bush perse quelle elezioni a causa del terzo incomodo, l'indipendente Ross Perot, che gli portò via voti. Ma ricordo che arrivò a piedi da solo come un'apparizione cinematografica perfetta: alto, in un lungo cappotto blu con il bavero alzato che contrastava con il nevischio accecante, venne verso il palco che lo aspettava. Salutò anche me, sconosciuto giornalista italiano, con una cordiale stretta di mano e un sorriso. Chiacchierammo per qualche minuto prima che raggiungesse il palco. Poi fu il calvario dell'Alzheimer, la malattia che lo portò alla morte. Il presidente, conosciuta la sua sorte, incise un messaggio d'addio ai fellow Americans, prima di precipitare nel baratro. Nancy cercava disperatamente medicine d'avanguardia, ma George W. Bush figlio, divenuto Presidente, aveva vietato gli esperimenti sulle cellule staminali. Nancy ruppe i rapporti con la Casa Bianca e si dedicò a creare e custodire la Fondazione che porta il nome di suo marito il Presidente, sua ultima e unica ragione di vita.