Ainis ammette il conflitto di interessi «Non voterò all'Antitrust su Repubblica»

Mariateresa Conti

C'era una volta il costituzionalista Michele Ainis, che dalle colonne de La Stampa bacchettava il «connubio d'interessi fra controllore e controllato» in un articolo che già dal titolo non era affatto tenero: «Scandalosi controllori controllati». E c'è oggi il costituzionalista Michele Ainis, che in quanto editorialista di Repubblica e commissario dell'Antitrust, si trova suo malgrado nel doppio ruolo di controllore controllato, visto che proprio l'Antitrust dovrà votare sulla fusione tra Repubblica e La Stampa: l'operazione di punta del gruppo Espresso del suo nuovo editore, Carlo De Benedetti.

Imbarazzante, ritrovarsi nel ruolo di controllore controllato. Talmente imbarazzante che Ainis, ammettendo indirettamente il conflitto d'interessi, ha fatto sapere con una nota che non voterà sulla fusione: «In merito alle notizie di stampa apparse recentemente sulle collaborazioni giornalistiche del professor Michele Ainis, nominato dal 3 marzo scorso componente dell'Autorità garante della concorrenza del mercato, l'interessato parteciperà al voto quando il collegio dell'Agcm sarà chiamato a pronunciarsi sul progetto di fusione del Gruppo editoriale l'Espresso con la società Itedi (La Stampa e Il Secolo XIX) come ha già fatto peraltro il 13 aprile scorso in occasione della decisione dell'Autorità sul procedimento Rti-Gruppo Finelco in cui il gruppo l'Espresso era parte».

Un passo indietro che però conferma che il conflitto d'interessi legato al doppio ruolo del giurista esiste, eccome se esiste. E che, come ha ironizzato il consigliere Cir che ha denunciato il caso, «c'è conflitto d'interessi... e conflitto d'interessi».

Ironia della sorte, proprio il professor Ainis nel 2009 su La Stampa se la prendeva coi «controllori controllati». E parlando del «sistema che ha elevato il conflitto d'interessi a connubio di interessi fra controllore e controllato, a regola suprema del governo», citava vari esempi. Tra cui uno che fa proprio al caso suo: quello della «pletora di autorità indipendenti che dagli anni Novanta hanno preso posto nel nostro ordinamento i cui membri sono nominati dai presidenti delle Camere (e dunque dalla maggioranza di governo)». Appunto. Proprio come lui all'Antitrust.