Un albo delle prostitute (con tanto di fattura)

La proposta prevede anche la riapertura delle case chiuse e severi controlli sanitari

Nino Materi

Fino a oggi la domanda classica posta dal cliente col finestrino abbassato era: «Quanto?»; la riposta (una controdomanda, in realtà), classica anch'essa,, offerta dalla prestatrice d'opera a bordo strada era: «In macchina o in stanza?». Ma qualora il ddl presentato in Senato dal leghista Gianfranco Rufa (e subito mutuato dal consigliere regionale veneto Antonio Guadagnini della lista «Siamo Veneto») dovesse passare, la controdomanda della prostituta on the road potrebbe essere integrata da un ulterio quesito: «Con fattura?».

Nell'attesa che il Senato affronti il rovente lodo-Rufa, l'assemblea veneta ha acceso ieri una luce (rossa, ovviamente) sul tema dell'«albo delle prostitute e della disciplina fiscale della loro attività».

Cosa prevede, nel profondo, il progetto Guadagnini? Tre i punti caldi, vietati ai minori: riapertura delle case chiuse con rigorosi controlli sanitari; istituzione di un «albo delle libere prostitute»; tassazione delle «prestazioni sessuali a pagamento»; rilascio di «regolare fattura» da parte del sex workers (femmina, maschio o «mix», poco importa ai fini fiscali).

La coppia Rufa-Guadagnini ha le idee chiare e va giù duro: «Oltre a legalizzare la prostituzione intendiamo modificare il codice penale inasprendo le norme esistenti tra cui l'ergastolo per chi sfrutta la prostituzione minorile con multe fino a 500.000 euro e 15 anni di reclusione e fino a 100.000 euro di multa per chi istiga e costringe alla prostituzione».

«Era il 20 settembre 1958 - ricordano nostalgicamente l'esponente di «Siamo Veneto» - quando venne istituita la legge che chiuse definitivamente le case di tolleranza nei fatti bandendo la prostituzione. Nonostante questo, oggi lavorano in Italia oltre 70.000 donne e quasi la metà immigrate. Di queste molte sono minorenni e altre 2000 sfruttate e alla mercé degli schiavisti. Il 65% di loro lavora in strada senza alcuna forma di protezione. Sono numeri che ci devono far riflettere di come questa situazione non sia più accettabile».

Lo stesso Guadagnini non manca di sottolineare come la Corte di Cassazione abbia più volte dichiarato la prostituta una «libera professionista con il diritto di ricevere giusto compenso» e che quindi, in ragione di ciò, «dovrebbe emettere fattura con partita Iva». Indicazioni, queste della Suprema corte, finora sempre disattese.

Un «vuoto normativo» che politici impegnati nel settore intendono ora benemeritamente colmare. Il tempo stringe e l'affare si ingrossa. Al momento il giro d'affari attorno al mercato della prostituzione supera in Italia «i 25 miliardi di euro, con 9 milioni di clienti all'anno» (fonte: Guadagnini-Rufa).

«Se questi 25 miliardi venissero fatturati - è stato ricordato ieri nell'assemblea regionale veneta - ci sarebbero introiti fiscali miliardari per lo Stato».

Anche il sig. Erario ha diritto a godere.

Commenti

Francostars

Ven, 15/02/2019 - 15:19

Ma la prostituzione in Italia è già tassata; questo ai sensi dell’articolo 36 comma 34bis della Legge 248/2006, come chiarificato dalla Cassazione con le Sentenze n. 10578/2011, 18030/2013, 7206/2016, 15596/2016 e 22413/2016. Il Codice relativo è 96.09.09 “Altre attività di servizio per la persona non classificabili altrove”. Cosa aspettano i sex workers ad aprire la partita IVA e pagare le tasse in merito, rilasciando la ricevuta fiscale ad ogni rispettivo cliente?