Alcol e droga, i demoni di un campione mancato

La famiglia Nyantakyi era un esempio di integrazione. Solomon soffriva di depressione, non ha retto ai fallimenti sportivi. Ex compagni increduli

Parma - Il quartiere era difficile, ma la famiglia era un piccolo presepe. Almeno fino a martedi sera quando mannaia e coltello hanno fatto scempio della madre e della sorellina di Solomon Nyantakyi e ora l'unico paragone che regge, almeno nelle teste dei cronisti di nera, è quello con il mattatoio di Novi Ligure. Ma Solomon ha fatto tutto da solo, Erika più Omar in un unico essere umano, la suggestione della coppia diabolica non funziona. E pure la scappatoia comoda della mancata integrazione fa acqua da tutte le parti. «La povera signora Patience era sempre perfetta, sempre in ordine - racconta Paolo, l'inquilino del quarto piano, due rampe dal massacro - Quella era una famiglia di gente perbene, lavoratori, non come certi neri che girano su e giù per le nostre strade». E il titolare del Punto elettrico, un negozio a due passi dal palazzo della strage, ti fa venire un groppo alla gola quando parla di Magdalene che presto avrebbe compiuto 12 anni: «Una bambina educatissima senza la strafottenza di certi extracomunitari». Una bambina vivacissima, almeno nei ricordi di Sergio Ossiprandi, la cui abitazione al sesto piano di un condominio più che decoroso confina con quella ora sigillata dall'autorità giudiziaria: «Magdalene si attaccava alla ringhiera del balcone e saltava, saltava. Io avevo paura che volasse giù e le urlavo di stare ferma».

Nessuno screzio, nessun dissidio, nessun segreto inconfessabile. Il padre di Solomon era arrivato in Italia da solo, aveva messo radici e a quel punto la moglie Patience l'aveva raggiunto insieme ai figli: Raymond, venticinquenne, e Solomon, di quattro anni più piccolo. Il capofamiglia aveva trovato lavoro in una gastronomia, lei in un'impresa di pulizie. Magdalene era nata a Parma, non ad Accra in Ghana come i fratelli, segno di un cammino che procedeva senza scossoni.

Tutti avevano trovato il loro posto: il padre di Solomon qualche mese fa si era trasferito a Londra, a quanto pare per mettersi in proprio e aprire un'attività con il fratello. Il sogno era portare tutti a Londra, tappa di un upgrade economico e sociale. Ma senza paure e ansie particolari, perchè le cose giravano per il verso giusto: Raymond era metalmeccanico, solo Solomon si era un po' perso per strada. Lui che era considerato una promessa del calcio, un talento, uno con i piedi fini. Era cresciuto nelle giovanili del Parma ed era arrivato alla panchina della serie A nel 2014-2015. Ora fa impressione rivedere i videoi n cui parla di se: «Alla fine della partita con la Fiorentina mi sono portato come cimelio i pantaloncini di Cuadrado, un giocatore che stimo molto». E poi quell'altro frammento, che ora appare straziante: «Ho anche una sorellina di 8 anni». All'intervistatore che commenta: «Hai una bella famiglia», replica: «Si, e mio papà qualche volta viene a vedermi».

Poi però la favola si era interrotta, ad un passo dal successo, forse perchè dentro di lui abitava il fantasma della depressione, forse perchè aveva un carattere difficile e non legava con nessuno, forse perchè era più fragile di quel che sembrava. «Solomon - rivela ora aprendo l'oblò sul passato Cristiano Lucarelli, ex attaccante del Livorno e della Nazionale che lo allenò nelle giovanili del Parma - era un ragazzo pacifico, ma ha sofferto di depressione». «Si allenava con noi del Parma - aggiunge Roberto Donadoni - certo non è facile inquadrare il carattere di un calciatore in una squadra di A, ma posso dire che era un tipo tranquillo, anzi taciturno». Che a Parma Channel confidava l'impazienza di chi è sul punto di sbocciare, ma ancora non è arrivato: «Posso fare molto di più». Senza sbruffoneria, ma solo scuotendo impercettibilmente la testa coronata da quella nuvola compatta di capelli nerissimi.

Poi il Parma era sprofondato in una crisi senza fondo e lui pure: era scomparso. Da quasi campione a ex: ex promessa, fra rimpianti, malinconie, cadute inspiegabili. Prigioniero della sua mente. Ancora Lucarelli: «Sapevo dei suoi problemi, un anno fa l'ho chiamato in Lega Pro al Tuttocuoio, ma dopo quindici giorni di ritiro è voluto andare via, gli mancava la famiglia».

Il centrocampista sulla porta del grande calcio era atterrato nelle serie minori, poi dopo un ultimo passaggio all'Imolese si era infilzato ai titoli di coda. Quella vulnerabilità l'aveva consegnato a un futuro anonimo e grigio; ora gli inquirenti cercano proprio fra le pieghe del declino la chiave di un massacro che si fa fatica ad immaginare. Il lento scivolare verso le droghe e forse l'alcol, le giornate inconcludenti e il vuoto intorno: facile immaginare i rimproveri della mamma, disciplinata fedele della vicina chiesa evangelica, e gli sguardi sempre più delusi di Raymond e Magdalene. É stato Raymond, aprendo la porta, a scoprire i corpi, il sangue. Mettendo in fila monconi di pensieri: le facce patibolari di Erika e Omar, i misteri luciferini della psiche, il paradosso crudele e sfortunato di quella ragazzina che aveva già vinto la scommessa dell'integrazione.