Altro che meno tasse, l'Ue con la manovra pretende una stangata

Chieste coperture certe nella correzione da 3,4 miliardi: aumenteranno accise e Iva

Roma - Occhio alla trappola europea. Il clima tra Italia e Bruxelles negli ultimi mesi è migliorato, non c'è dubbio. Ma i segnali che arrivano dalla Commissione europea, che dovrà giudicare i nostri conti tra un mese, non sono quelli sperati dal governo. La manovra, così come è stata impostata tra Palazzo Chigi e il ministero dell'Economia, è destinata a non passare. Per capirlo bisogna entrare un po' nella logica delle istituzioni Ue. Ieri il capo della direzione generale Affari Economici Marco Buti ha rilasciato dichiarazioni all'apparenza concilianti rispetto alle scelte del ministro Pier Carlo Padoan. Ma è restato fermo sul punto più importante della trattativa: servono nove tasse. E misure molto consistenti perché la correzione del deficit richiesta dalla Commissione europea deve essere coperta con misure certe.

Intanto l'entità della correzione. In un'intervista al Sole24ore il dirigente del governo europeo resta sullo 0,2% del deficit. Quindi 3,4 miliardi di euro e non 2,4 come spera il governo, magari scorporando le spese extra per la ricostruzione post terremoto.

Altro punto fermo: siamo a metà anno, quindi le misure dovranno avere una «efficacia diretta». «Ci aspettiamo delle misure che siano strutturali, robuste e che siano di immediata applicazione». Non dice tasse, ma solo per una questione di galateo istituzionale.

È noto che le uniche misure che permettono di fare cassa subito sono gli aumenti delle accise. Il governo vorrebbe limitare il rincaro a quelle sui tabacchi (circa 300 milioni) da accompagnare con un a misura sui giochi. Ma non basterà.

Sono echi di una polemica che ha già animato la Commissione. I rigoristi, proprio perché la manovra arriva a metà anno, chiedono all'Italia uno sforzo doppio. Quindi misure che sull'anno valgano 6,8 miliardi. In sei mesi garantiscono la correzione e poi, dal prossimo anno, un aggiustamento che aiuterà il raggiungimento degli obiettivi sulla riduzione del deficit.

Doccia fredda sul governo anche sul taglio del cuneo fiscale, cioè la detassazione o decontribuzione parziale del costo del lavoro. All'Ue va benissimo. Nelle raccomandazioni per l'Italia si chiede espressamente di ridurre il cuneo. Ma anche di aumentare l'Iva. Buti non può dirlo direttamente. «Sta al governo decidere cosa fare», si limita a rispondere. Ma la soluzione europea all'equazione l'aveva già data poco prima, auspicando scelte mirate sugli investimenti. Sono preferibili, ha spiegato, «rispetto al sostegno alla domanda con il ricorso a una espansione del deficit». Tradotto: se il costo della sterilizzazione degli aumenti Iva in programma per il 2018 è aumentare il deficit, scordatevelo.

Se non ci saranno cambiamenti radicali, il governo dovrà rivedere il menu della manovra e anche del Def, il Documento di economia e finanza. Nella manovrina ci saranno 1,7 miliardi in nuove entrate, soprattutto frutto della lotta all'evasione. Che l'Unione europea non è disposta ad accettare come copertura tranne forse lo split payment, cioè il pagamento anticipato dell'Iva da parte della Pa che acquista beni e servizi dai privati. L'Ue dovrebbe fare passare la riedizione rafforzata. Nella manovrina ci sarà un pacchetto crescita a costo zero. Nel Def, poi, il taglio del cuneo fiscale annunciato dal premier Gentiloni. Probabilmente decontribuzione limitata alle piccole aziende che varano accordi sindacali di secondo livello. Una misura per favorire la produttività. Poi lo strumento che sostituirà i voucher. Si parla di un rafforzamento del lavoro a chiamata, senza i limiti di età. Poi sarà la volta della legge di Bilancio. Con 20 miliardi di nuove tasse da disinnescare o confermare.