In America Latina la sinistra fa solo guai

di Livio Caputo

A causa della complessità delle procedure, ci vorranno ancora alcuni mesi prima che Dilma Rousseff decada definitivamente dalla presidenza del Brasile, ma la sua sorte è ormai segnata e il suo potere finito. Soprattutto, la procedura di impeachment avviata dal Congresso rappresenta il preludio all'abbandono della sua politica economica, che ha portato il più grande Paese dell'America latina, già orgoglioso fondatore dei Brics, sull'orlo del collasso. Dopo un 2015 in cui il Pil è sceso del 4% e continua a scendere anche nel 2016, l'establishment politico-finanziario, centrato soprattutto a San Paolo (pur colpevole a sua volta, bisogna dirlo, di furti e corruzioni a non finire), si è reso conto che il Brasile non può permettersi altri tre anni di governo del Partito dei lavoratori (Pt) e che bisognava cambiare musica e tornare al «buongoverno» del presidente Cardoso che lo aveva fatto decollare. La sinistra ha avuto gioco facile - vincendo prima con Lula e poi con l'ex partigiana comunista Rousseff quattro elezioni presidenziali consecutive - finché l'elevato prezzo delle materie prime ha garantito allo Stato un flusso di denaro da distribuire a piene mani alle classi popolari, con metodi anche innovativi come la bolsa familia. Ma quando la bonanza alimentata soprattutto dagli acquisti cinesi è venuta meno, questa ultragenerosa politica sociale è diventata insostenibile, al punto che, per non tagliare i benefici, Dilma ha truccato i bilanci scavandosi così la fossa da sola. In altri tempi, sarebbe stata cacciata da un golpe militare, stavolta si è fatto ricorso a un metodo legale, previsto dalla Costituzione. Il vicepresidente Temer, che tra pochi giorni dovrebbe prendere il posto della Rousseff, è un centrista che, finché le cose andavano bene, le ha tenuto bordone (e, in teoria, potrebbe essere anche lui bersaglio di un procedimento di impeachment), ma che sicuramente ha idee molto diverse. Se poi, come si prevede, si alleerà con Neves, il liberale che ha perso di stretta misura le ultime elezioni e che può contare sul secondo partito del Congresso, formando una specie di governo di salvezza nazionale, il cambiamento di rotta non dovrebbe tardare: riduzione del ruolo dello Stato nell'economia, graduale smantellamento di un apparato burocratico mostruoso e ideologizzato dalla sinistra, ridimensionamento almeno temporaneo dei sussidi a pioggia insostenibili in una fase recessiva. Non è escluso, tuttavia, che per un cambiamento vero siano necessarie nuove elezioni. La svolta brasiliana è particolarmente significativa, perché rientra nella crisi che ha colpito la sinistra in tutta l'America Latina e, di conseguenza, prelude anche a un riavvicinamento dei principali Paesi agli Stati Uniti. Mentre Cuba, nonostante le aperture di Obama, continua a resistere sulle sue posizioni marxiste, le simpatie di cui i Castro godevano nel continente e le alleanze che erano riusciti a stabilire stanno franando. Il processo è cominciato con la morte, tre anni fa, di Hugo Chavez, il presidente venezuelano che, grazie ai proventi del petrolio, era riuscito a mettere insieme un fronte anti-Washington che andava dall'Argentina al Nicaragua. Ma il crollo dei prezzi dell'oro nero ha mandato il governo di Caracas in tilt, e il nuovo presidente Maduro, dopo aver perso le ultime elezioni legislative, riesce a mantenersi in sella solo con continue violazioni delle regole democratiche. Di conseguenza, vari «clienti» del Venezuela hanno cominciato a sganciarsi, mentre prendeva quota l'alleanza contrapposta dei Paesi moderati, formata da Cile, Perù e Colombia. La novità più importante, che sicuramente ha favorito anche l'evoluzione brasiliana, è stata naturalmente la vittoria del liberale Mauricio Macri in Argentina, che ha posto fine, almeno temporaneamente, al dominio peronista. Finora, l'intero processo si è svolto in un clima di tensione, ma non di violenza. C'è da augurarsi che questo accada anche in Brasile, dove purtroppo la procedura di impeachment è accompagnata da scontri di crescente violenza.