Anche nel "magico 1989" l'Ungheria era la porta per fuggire in Germania

Allora erano i transfughi dell'Est che per liberarsi dal comunismo varcavano il confine austriaco

Urla e proteste, una folla che preme contro una sottile linea di poliziotti. I più esagitati travolgono gli uomini in divisa e fuggono correndo a perdifiato oltre il confine.

Ancora Ungheria, ancora estate. Nel 1989 a scappare erano i cittadini dell'allora Ddr. Un rivolo in un primo tempo invisibile, poche centinaia di persone, si era poi trasformato in un fiume incontenibile di 150mila cittadini, uomini e donne, famiglie intere, pronti a tutto per raggiungere la Repubblica Federale tedesca. Per tutti la meta ufficiale erano le vacanze sul lago Balaton, la riviera romagnola dei sudditi comunisti, in un Paese considerato «amico» dal regime e quindi raggiungibile senza particolari formalità. Il vero oggetto del desiderio, allora come adesso, era invece la frontiera tra Ungheria e Austria, dove da mesi il governo di Budapest, stanco di guerra fredda e frontiere inviolabili, aveva iniziato ad eliminare torri di controllo e barriere antiuomo.

Il 19 agosto 1989 la Paneuropa-Union, innocuo movimento internazionale per la valorizzazione delle radici comuni dei popoli europei, organizza una marcia-picnic nella campagna tra l'ungherese Sopron e l'austriaca Eisenstadt. Budapest dà il suo via libera assicurando la presenza di un ministro e la riduzione al minimo delle formalità doganali. A metà giornata i marciatori raggiungono il confine, ma dietro di loro ci sono migliaia di «vacanzieri» della Germania Est: iniziano a scandire slogan, poi capiscono che è il momento di giocarsi il tutto per tutto e abbattono i posti di frontiera. In Austria ne saranno censiti e accolti 661, i primi profughi di massa della libertà, i primi ad anticipare l'assedio alle Ambasciate tedesche di Budapest e Praga e la caduta del Muro.

Ventisei anni dopo, le scene appaiono identiche: l'assedio dei profughi alla frontiera a sud est di Vienna, l'intera Ungheria sotto assedio, l'occupazione e la chiusura della stazione ferroviaria di Budapest. A cambiare è il clima. Allora, dietro la confusione e il disorientamento delle autorità est-europee, dietro le difficoltà nell'accoglienza dei Paesi occidentali c'era una direzione di marcia che per definizione invogliava all'ottimismo: un pezzo di Europa tornava alla libertà. La «fine della storia» non era ancora stata teorizzata ma il trionfo della democrazia liberale, ormai senza rivali ideologici su scala globale, era una realtà percepita nei fatti. Oggi le facce attonite dei poliziotti ungheresi, a cui un giorno viene ordinato di respingere i profughi, il giorno dopo di farli passare in modo di consentire loro di raggiungere subito la tanto agognata terra tedesca, sono il simbolo di un'Europa in difficoltà, costretta a fare i conti con un problema a cui immagini e filmati fanno assumere dimensioni bibliche.

Anche in Germania, il Paese perno dell'Europa odierna, l'ultima ondata di rifugiati sembra riaprire ferite che sembravano ormai rimarginate. E nonostante l'analogia tra i fuggiaschi della Ddr di allora e i profughi di oggi, a mostrare il malessere maggiore sono soprattutto i Laender orientali. Nel suo complesso il Paese affronta l'emergenza con una concretezza e una compostezza che è scontato definire teutonici: Berlino quest'anno prevede di accogliere circa 800mila profughi, uno ogni 100 abitanti. Un record che raddoppia il precedente primato dei 438mila richiedenti asilo del 1992, quando la Germania si fece carico della quasi totalità dei fuggitivi dalla guerra civile jugoslava. Al suo arco il Paese ha un atout importante: una burocrazia in grado di fare fronte con efficienza alle emergenze più impegnative (Un esempio: le richieste di asilo, in numero quasi doppio di quelle avanzate in Italia, vengono esaminate in meno di un terzo del tempo). Forse anche per questo i sondaggi indicano un dato univoco: il 60% dei tedeschi dichiara di non essere spaventato dagli Asylanten e si dichiara fiducioso sul fatto che il Paese riuscirà ad affrontare con successo la crisi. L'ex Germania Est, però, appare non del tutto in linea con l'umore collettivo: nell'ex Ddr vive il 21% della popolazione ma gli assalti ai centri di accoglienza sono stati il 50% del totale. Non solo. Mentre a Ovest gli atti di ostilità contro gli stranieri vengono compiuti clandestinamente, di solito di notte, e appaiono gesti di minoranze isolate, all'Est sembrano invece godere di un qualche sostegno tra la popolazione. A 25 anni dalla riunificazione, ha notato ieri la Welt , il Paese è ancora spaccato in due.