Anticorruzione, il Pd scricchiola La minoranza prepara la guerra

In Senato il disegno di legge passa con 165 voti ma la maggioranza rischia di andare sotto. I timori democratici: «Siamo appesi a un filo»

«Non sono così convinto che Renzi abbia i numeri». L'ex segretario del Pd e leader della minoranza sinistra, Pier Luigi Bersani, lo aveva detto ieri a Repubblica parlando di Italicum. Ma la solita gazzarra generata dalla votazione finale di Palazzo Madama sul ddl anticorruzione si è rivelata un assaggio del Vietnam cui il presidente del Consiglio rischia di andare incontro se non rimpinguerà ulteriormente le fila dei suoi peones . In caso contrario il premier rischia di andare a sbattere.

La votazione finale (165 voti favorevoli, 74 contrari e 13 astenuti) certifica l'esistenza in vita della maggioranza, ma già le dichiarazioni a caldo del Guardasigilli Andrea Orlando («Abbiamo rischiato e abbiamo vinto») fanno capire come per qualche ora si sia temuta una Caporetto. Anche l'immediato intervento di Renzi sui social media per ribadire il suo hashtag-slogan #lavoltabuona suona come un sospiro di sollievo. Già nella prima mattinata, l'articolo 8 (falso in bilancio per le società non quotate, pena massima 5 anni) era passato a scrutinio segreto solo per 7 voti: 124 sì e 117 tra contrari e astensioni che al Senato valgono come un «no». Quattordici le assenze in Forza Italia al momento del voto, tra queste: Maria Rosaria Rossi e Denis Verdini. In Ap-Ncd non avevano partecipato in 15 tra cui Quagliariello, Sacconi e Casini. Nel Pd erano 17 i forfait tra cui le renziane Puglisi e Di Giorgi e il dalemiano Sposetti.

La democratica Silvana Puppato aveva cominciato a temere il peggio. «Ad ogni voto segreto si riducono di molto i margini, 40/50 voti spariscono e in alcuni casi la differenza è minima, siamo sul filo di lana». Come nel caso di un emendamento presentato dal senatore forzista Giacomo Caliendo, bocciato con 124 voti favorevoli, 127 contrari e 2 astensioni. L'M5S ha sbraitato contro i soliti «pianisti», cioè i parlamentari che votano anche in luogo del compagno di banco. Le votazioni, però, non sono state annullate dalla presidenza. Una débâcle che fornisce l'esatta misura della confusione in Parlamento.

Non si può, in effetti, tralasciare il fatto che il Pd abbia assecondato numerose derive «manettare». È stato ripristinato il reato di falso in bilancio, ma non si sono aumentate le pene oltre i 5 anni per le società non quotate che avrebbero consentito l'utilizzo delle intercettazioni (tema molto delicato in questi giorni su cui Ncd è in fibrillazione). Al Movimento 5 Stelle è stato dato un contentino con un ordine del giorno che dà l'ok agli «agenti provocatori» American style , cioè funzionari statali incaricati di mettere alla prova la corruttibilità dei loro colleghi. Renzi li ha ancora una volta incalzati. «Chi è eletto nel Parlamento, se davvero vuole combattere il malaffare, esercita il proprio ruolo, approvando le leggi che contrastano la corruzione. Fare ostruzionismo e dire sempre di no è un inganno», ha scritto mascherando la preoccupazione per il futuro.

L'articolo 8 e l'emendamento Caliendo, però, riaprono una grande questione politica. Il rischio che si vada in ordine sparso sull'Italicum è elevatissimo anche se le lacerazioni del centrodestra potrebbero favorire il premier. Intanto, non sfiderà la sorte due volte di seguito. Oggi, infatti, non ci sarà il voto dell'Aula sull'autorizzazione a procedere per il senatore di Forza Italia, Altero Matteoli, indagato a Venezia sugli appalti Mose in quanto ex ministro delle Infrastrutture. Varrà il voto della Giunta: la maggioranza avrebbe rischiato di andare sotto, visto che il vento che spira dalle Procure induce molti a un più attento garantismo. Allo stesso modo, riportare voti all'ovile di Palazzo Chigi potrebbe significare accondiscendere alla cultura del sospetto: non a caso, il capogruppo piddino Zanda ha invocato una commissione d'inchiesta parlamentare sulla corruzione negli appalti. L'alternativa è sostituire gli esponenti della minoranza dem nelle commissioni, come Bersani ha invocato. Un gesto che, comunque, non assicurerebbe all'Italicum una navigazione più tranquilla.

Il via libera al ddl è arrivato dopo 747 giorni da quando l'allora senatore Pietro Grasso presentò la proposta a Palazzo Madama. Tra gli articoli approvati, anche le norme che prevedono la reintroduzione del reato di falso in bilancio per le società non quotate

di Gian Maria De Francesc o

Roma

I sì ottenuti al Senato dal disegno di legge anticorruzione, 74 voti contrari e 13 astenuti (che a palazzo Madama valgono come voto contrario) . Il provvedimento che aumenta le pene sulla corruzione e riforma il reato di falso in bilancio passerà ora all'esame della Camera

Gli anni di reclusione previsti per il falso bilancio, reato riformato dal testo appena approvato dal Senato. La norma riguarda amministratori e dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili di società quotate, colpevoli di false comunicazioni sociali