Assassino in libertà, condannati i pm

Le toghe ignorarono le 12 denunce di una donna che poi fu ammazzata dal marito

Valentina Raffa

La giustizia l'aveva invocata quando era in vita. Quando chiedeva protezione dal marito violento, Saverio Nolfo, all'epoca 37enne, che la minacciava di morte. Confidava in un aiuto, sperava che qualcuno la tutelasse. Perché era in serio pericolo. Ma era arrivata a denunciarlo ben 12 volte alla procura di Caltagirone. Senza che nessuno l'ascoltasse. Quella stessa giustizia dopo dieci anni condanna chi avrebbe dovuto intervenire per bloccare l'assassino. E dà ragione, dopo tanto penare, ai figli della vittima, Marianna Manduca, morta a 32 anni per mano del marito, a Palagonia, nel Catanese.

I magistrati che potevano fare ma non hanno fatto nulla oggi sono condannati dalla Corte d'appello di Messina. Perché lasciarono a Nolfo, violento e tossicodipendente, la possibilità di mettere in atto quanto aveva più volte pronmesso a Marianna mostrandole il coltello: «Con questo un giorno ti ucciderò». E quel maledetto giorno dell'ottobre del 2007 arrivò. Nolfo provocò un incidente stradale, bloccando l'auto su cui viaggiavano la moglie e il suocero. Poi affondò la lama per sei volte nell'addome di Marianna e ferì gravemente il suocero intervenuto per difendere la figlia.

È un pronunciamento storico quello della Corte d'appello di Messina (presidente Caterina Mangano, relatore Claudia Giovanna Bisignano) che ha stabilito che ci fu dolo e colpa grave nell'inerzia dei pm che, malgrado le diverse denunce da parte della vittima, non trovarono il modo di intervenire per impedire all'assassino di agire. E gli strumenti per farlo li avevano a disposizione, soprattutto dopo le denunce della vittima e diverse testimonianze. La Corte d'appello ha condannato al risarcimento delle parti civili anche la Presidenza del Consiglio dei ministri.

È stato un percorso impervio per i tre figli di Marianna, all'epoca della tragedia minorenni, che sono andati a vivere nelle Marche con un cugino della mamma, Carmelo Calì, nominato loro tutore. Soltanto nel 2014 la Cassazione, sulla base della legge del 1988 sulla responsabilità civile dei magistrati, ha aperto un varco che consentisse loro di chiedere un risarcimento allo Stato per la «negligenza inescusabile» dei pm. La sentenza è destinata a fare giurisprudenza. «Sono estremamente rare le condanne dei magistrati al risarcimento del danno prodotto da loro inerzie o errori commenta l'avvocato Licia D'Amico, legale di Calì insieme con l'avvocato Alfredo Galasso. La sentenza avrebbe potuto anche andare oltre i meri danni materiali, riconoscendo quelli morali patiti dai tre bambini, così come avevano richiesto i legali catanesi che comunque non demorderanno: si rivolgeranno al giudice nazionale e alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. Nolfo ha appreso la notizia dalla sua cella, dove sta scontando vent'anni per l'uxoricidio, consumato proprio alla vigilia della sentenza che avrebbe deciso l'affidamento dei tre figli alla mamma dopo l'avvenuta separazione.