Il Maggiolino hippy "figlio" del mostro che sognava i cartoni

l mostro. Chissà il mostro che cosa avrebbe fatto se avesse saputo che per conquistare il mondo gli sarebbe bastata un'automobile. Per di più bruttina. Buffa. Sgraziata. Il mostro avrebbe mandato a morire i propri soldati, sapendo che un esercito di ventidue milioni di vetture sarebbe entrato pacificamente nelle nostre vite? Avrebbe sterminato milioni di persone, sapendo che popoli diversi avrebbero riconosciuto la superiorità tedesca, solo tecnica s'intende, grazie a quelle quattro ruote? Avrebbe inquinato l'anima della gente con i liquami dell'antisemitismo più crudele e bestiale, sapendo che l'automobile simbolo del fate l'amore e non la guerra e della rivoluzione hippy degli anni Sessanta l'aveva voluta proprio lui? Purtroppo, il mostro avrebbe fatto tutto. Senza sapere che questa sua figlia fortemente voluta ci avrebbe stregati. Lei povera vetturetta incolpevole. Lei scolpita nei nostri cuori. Lei occhi teneri cerchiati d'alluminio. Lei sorriso di metallo. Lei guance tonde a coprire le ruote. Lei brontolona nel motore. Lei cicciottella nelle forme e affascinante e sempre disponibile. Lei amica e compagna di chi la possedeva e di chi solo la guardava. Lei Maggiolino figlia di un mostro. Adolf Hitler.

Berlino, anni Trenta. L'incubo in cui presto sprofonderanno l'Europa e il mondo è appena iniziato. Come spesso accade, all'inizio c'è chi si distrae, chi sottovaluta, chi s'illude. D'altra parte, il mostro sa incantare. Promette tanto, su tutto. Anche quel giorno. «Voglio che ogni lavoratore possa comprarsi un'automobile al prezzo di una motocicletta», dice svelando il suo nuovo progetto. «Voglio che sia data al popolo la possibilità di ottenere un bene fin qui accessibile a pochi», aggiunge. «La Germania ha un'automobile ogni cento abitanti. La Francia una ogni 28, gli Stati Uniti ogni 6... Finché questo mezzo resterà privilegio della classe benestante, sarà amaro per milioni di bravi lavoratori sentirsi esclusi dall'uso di un bene utile ma capace anche, nei giorni di festa, di offrire opportunità di svago e quindi felicità», spiega il mostro. Dopodiché si gira sui tacchi e seguito dal solito codazzo di gerarchi e consiglieri si allontana. Ad attenderlo c'è la sua Mercedes-Benz 770K Grosser Open Tourer decapottabile. Durante il tragitto, il ministro della Propaganda Joseph Goebbels, parlando delle varie questioni legate all'informazione e alla vita culturale del Paese, lo informa che gli incontri, a Monaco, tra il rappresentante europeo della United Artists e la Bavaria Film AG, sono andati a buon fine e che il contratto verrà presto firmato. È un accordo che sta molto a cuore al fuhrer. Prevede la fornitura di 21 Sinfonie Allegre e 15 cartoni animati di Mickey Mouse. Per le sale cinematografiche tedesche. Ma anche per se stesso. Perché il mostro va matto per Topolino e per molti altri lavori di quell'artista imprenditore americano «con madre di origini tedesche» ripete: Walt Disney. Si saprà poi che il mostro non si cimenta solo con tele e acquarelli. Il mostro appena può, di nascosto, disegna fumetti, spesso copiando alcuni personaggi di Disney. Anni dopo, nascosti fra le tele di alcuni quadri, verranno scoperti disegni da Biancaneve e i Sette nani, in cui, a firma A.H., vengono ritratti Mammolo e Dotto. Film animato apprezzato da Hitler anche perché adattamento di una fiaba tedesca. Fra le carte di Goebbels anche un appunto: «Per Natale ho regalato al fuhrer diciotto film di Topolino... Mi è sembrato molto contento. Spero potrà rilassarsi e divertirsi».

Così è anche quella sera. La mattina dopo, Adolf Hitler ha di nuovo in mano la pratica dell'auto del popolo, la «volks wagen». Per la gente di Germania il progetto dimostra che il fuhrer vuole dare un'auto a tutti; per l'industria automobilistica tedesca il fuhrer cerca invece di sostituire il partito nazista ai grandi costruttori. La riprova arriverà dopo qualche anno. Intanto, in questa avventura, la sua unica senza sacrificio di vite, Adolf Hitler trova un complice, un geniale complice: Ferdinand Porsche. A Stoccarda, in Kronenstrasse, l'ingegnere boemo ha infatti da poco aperto uno studio in proprio. È reduce dai successi ottenuti progettando auto da corsa per Mercedes e Auto Union e ora si sta dedicando a diversi brevetti, fra questi il Progetto 12. Tombola. Il mostro e il genio stanno pensando alla stessa cosa: un'auto per il popolo. È la tarda primavera del 1934 quando, con i fogli del progetto di Porsche sul tavolo, il fuhrer apporta un paio di fondamentali modifiche. «Il consumo» scrive «non dovrà sforare i 7 litri ogni 100 chilometri, e il prezzo non dovrà superare i 1000 marchi».

È il colpo a sorpresa. La mossa che in qualche anno consentirà a Hitler di scavalcare l'industria automobilistica tedesca. Benché Porsche ci provi, sarà infatti per lui impossibile rispettare il parametro del prezzo e i suoi progetti e prototipi non otterranno il via libera della potente Associazione tedesca dei costruttori d'auto (RDA). Anzi, queste case, Daimler, Opel, Auto Union e Adler, proveranno a sostituirsi allo stesso Porsche, anch'esse senza riuscire a restare dentro il limite dei 1000 marchi. È il momento che Hitler aspettava. Passa l'intero progetto di Porsche alla Kraft durch Freude (Potere attraverso la gioia), l'organizzazione dei lavoratori del partito nazista che aveva preso il posto dei sindacati. Sa che attingendo ai suoi fondi, alimentati dai contributi dei lavoratori, la KDF è in grado di sostenere i costi per realizzare lo stabilimento (quello di Wolfsburg, ancora oggi cuore della Volkwagen), commercializzando la vettura direttamente e finanziandosi con gli anticipi rateali degli acquirenti. In questo modo il prezzo finale resterà sotto i mille marchi. Alla costruzione dello stabilimento partecipano anche operai inviati da Mussolini. Hitler annuncia la KDF wagen all'inaugurazione della fabbrica, nel maggio del 1938: «Dovrà chiamarsi così e portare il nome dell'organizzazione che lavora per dare gioia e forza al nostro popolo» dice. È nato il Maggiolino. I tedeschi, anche i trecentomila che avevano anticipato denaro per prenotarlo, attenderanno ben più dei tre anni e mezzo pattuiti. Saranno dieci. In mezzo, le devastazioni provocate dal mostro. E milioni di morti.

È il 1966. Il mondo è cambiato. Walt Disney non sta bene. Sulla sua scrivania c'è un plico di fogli di una nuova produzione. È un film con effetti speciali tratto da un romanzo di Gordon Buford: Car, boy, girl. Racconta la storia di una macchina che parla, spruzza olio, si apre in due, ama e s'incazza. Walt Disney sorride e firma. Un maggiolino tutto matto sarà l'ultima produzione approvata direttamente dal fondatore. Morirà a fine anno. Anche alla macchina faranno il casting: proveranno prima alcune Toyota e Volvo. Ma la parte andrà a lei. Figlia di un mostro che guardava i cartoni animati.