Autopsia su Sana. Falso il certificato del decesso

Era di un medico compiacente, sosteneva che la donna fosse morta per arresto cardiaco

Brescia Si è svolta ieri mattina in Pakistan l'autopsia sulla salma di Sana Cheema, la 25enne bresciana di origini pakistane morta in circostanze ancora ignote lo scorso 18 aprile nel villaggio di Mangowal Gharbi. Dopo le pressioni dei media e dell'ambasciata italiana, lunedì il giudice distrettuale Uzma Chughtai aveva accolto la richiesta di riesumare il cadavere e fare l'autopsia sul corpo, da due giorni presidiato a Kot Fath dalle forze di polizia locale. Per i risultati dell'esame potrebbero però volerci anche tre mesi. Il caso aveva avuto una svolta con il fermo di cinque persone: il padre 55enne Mustafa Ghulam, il fratello 31enne Adnan Cheema, lo zio Iqbal Mazhar, il cugino che avrebbe fatto da autista durante il trasporto del cadavere e il medico che ha firmato il falso certificato di morte. Tre di loro padre, fratello e zio erano stati arrestati mentre fuggivano verso l'Iran. A incastrare la famiglia Cheema sarebbe stato un certificato medico contraffatto con la dicitura «morta per arresto cardiocircolatorio in seguito a un malore». Da quegli elementi sono cominciate le indagini degli inquirenti pakistani. Secondo la polizia di Kunjah anche il breve video dei funerali di Sana diffuso nei giorni scorsi sarebbe stato fatto circolare dalla famiglia per avvalorare la messinscena. Il sospetto è rivelato dal Giornale di Brescia e poi ripreso dai media italiani e internazionali: il rifiuto di un matrimonio combinato con un giovane del paese da parte di Sana, la quale invece amava un uomo italiano.

Uno scenario orrendo che va lentamente delineandosi grazie a ricostruzioni e testimonianze incrociate e che ora anche nella comunità pakistana bresciana trova timide conferme. Secondo alcuni amici il padre voleva che si sposasse con un ragazzo di Mangowal, nel distretto di Gujrat. A confermarlo sarebbe un sms inviato dalla 25enne al suo ex docente di Corano Khalid Shafi. «Prega per me aveva scritto Sana il 17 aprile, 24 ore prima della morte -, ho problemi per il mio matrimonio». Il 19 aprile, sarebbe dovuta ripartire per l'Italia.

«Vogliamo conoscere la verità - riferisce Khalil Mohamed, vicepresidente dell'Associazione culturale islamica di Brescia - ma un'intera comunità o una religione non possono essere ritenute responsabili di qualcosa di terribile che invece avrebbe fatto la famiglia della vittima. Noi vogliamo un'integrazione completa ed essere trattati come gli italiani. Non dimentichiamo che anche in Italia fino a 30 anni fa c'era il delitto d'onore». A Brescia e provincia si contano 35mila pakistani, 5mila con cittadinanza italiana. Molti vogliono dire la loro e presto potrebbe essere organizzata una conferenza pubblica sul caso.