Bangladesh, un Paese terreno di caccia dei terroristi islamici

L'Isis è sempre più radicato. E già più volte nel mirino sono finiti cittadini italiani

L'ultimo estremista islamico espulso dall'Italia, lunedì scorso, è Mahamud Hasan, che viveva a Grado, località balneare del Friuli-Venezia Giulia con regolare permesso di soggiorno. L'antiterrorismo lo ha intercettato poco dopo essere arrivato all'aeroporto di Venezia con un volo da Dacca, capitale del Bangladesh, dove è nato e ha contatti con l'estremismo islamico. Non solo: il bengalese aveva giurato fedeltà allo Stato islamico in rete e teneva collegamenti con la Spagna e la Gran Bretagna.

Il Bangladesh, paese asiatico a stragrande maggioranza musulmana con 169 milioni di abitanti, è sotto tiro dallo scorso anno. Nel settembre 2015 il cooperante italiano, Cesare Tavella, è stato la prima vittima a Dacca di un commando dello Stato islamico. Dopo è toccato ad un giapponese ed a un missionario italiano ferito gravemente, ma che si è salvato. Ancora prima i seguaci dell'Islam duro e puro avevano fatto pezzi a colpi di accetta almeno 4 blogger laici considerati troppo liberali e vicini all'Occidente. Il Bangladesh è terreno di caccia dello Stato islamico, ma soprattutto di Al Qaida. Il capo della rete del terrore, Ayman al Zawahiri, lo aveva incluso fra i paesi dove stava operando la neonata costola nel subcontinente indiano. L'esecuzione nell'agosto 2015 del blogger Niloy Chatterjee è stata rivendicata da Ansar al Islam, formazione estremista collegata ad Al Qaida. Negli ultimi mesi sono stati uccisi anche indù e cristiani.

La deriva radicale è stata provocata anche dal governo guidato dalla Lega popolare bengalese. L'esecutivo ha messo fuori legge il movimento Jamaal e Islami e condannato i suoi capi all'ergastolo o pena di morte per crimini contro l'umanità durante la sanguinosa guerra del 1971, che ha portato alla divisione dal Pakistan. A Milano la comunità islamica bengalese ha manifestato più volte in piazza per difendere i boss incarcerati a Dacca.

E nell'ottobre scorso lo Stato islamico ha annunciato l'espansione del terrorismo nel Bengala, come chiamano la nazione musulmana, su Daqib, la rivista ufficiale in rete delle bandiere nere. Il titolo non lasciava dubbi: «Il revival della guerra santa» in Bangladesh. «Questi benedetti attacchi hanno provocato il caos tra i cittadini delle nazioni crociate ed i loro alleati che vivono nel Bengala» si legge nell'articolo che rivendicava ufficialmente gli attacchi agli occidentali. «E costretto i loro diplomatici, turisti, e gli stranieri a limitare i movimenti e vivere in un costante stato di paura» sostenevano, a ragione, le bandiere nere.

Fino ad ora i terroristi avevano colpito con omicidi mirati in stile Brigate rosse. Ieri hanno fatto il salto di qualità attaccando con un commando suicida un ristorante nella zona delle ambasciate. Una tattica già vista in gennaio in Indonesia. A Giacarta i kamikaze dello Stato islamico con gli occhi a mandorla hanno seminato il panico per cinque ore nel centro della capitale in stile Parigi. Anche in questo caso la rivalità fra Al Qaida e Isis alimenta la spirale del terrore. Il giorno prima il leader di Al Qaida, Ayman al Zawahiri, aveva esortato i suoi seguaci in Indonesia a colpire obiettivi occidentali. Il Califfo l'ha battuto sul tempo. Secondo il capo della polizia di Giacarta, Tito Karnavian, la mente del terrore è Bahrun Naim, comandante della legione di almeno 300 indonesiani arruolati sotto le bandiere nere in Siria.

In Oriente i gruppi del terrore jihadista stanno usando la tattica del «Califfato a distanza», come ha rivelato George Brandis, procuratore generale australiano. L'obiettivo è espandersi nel Sud Est asiatico piantando le bandiere nere grazie a gruppi della guerra santa locali in collegamento con i combattenti in Siria, che rientrano in patria da veterani.

Non a caso lo Stato islamico ha confezionato, per la prima volta, un video di propaganda e reclutamento in cinese. In Malesia sono stati arrestati negli ultimi due anni oltre 150 estremisti con gli occhi a mandorla sospettati di aderire alle bandiere nere. Attentatori suicidi malesi si sono fatti saltare in aria in Siria e Iraq. Singapore è un altro obiettivo privilegiato come le Filippine. Il 24 giugno i tagliagole di Abu Sayaf e altri gruppi armati islamici hanno annunciato la creazione nell'arcipelago della prima provincia del Califfato d'Oriente.

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Commenti

carpa1

Sab, 02/07/2016 - 11:29

Quando vengono presi non vanno nè processati nè espulsi. Al muro, e spediti seduta stante in compagnia delle vergini.

agosvac

Sab, 02/07/2016 - 12:14

E' ovvio che gli integralisti islamici cinesi operino al di fuori dei confini della Cina: sanno benissimo che se facessero attentati in Cina avrebbero i giorni contati. I cinesi non sono così buonisti come gli occidentali: se qualcuno osasse soltanto fare attentati nel loro territorio, non si limiterebbero a metterli in galera , li ucciderebbero uno per uno. In fondo gli islamici cinesi sono pochi milioni, per i cinesi che sono più di un miliardo e mezzo, ammazzarli tutti non sarebbe poi un gran problema!!!