Bankitalia scopre la verità: «Più lavoro col Jobs Act? No, merito degli incentivi»

Secondo il rapporto di Via Nazionale solo l'1% dei nuovi posti è legato alle «tutele crescenti». Ecco la prova: per migliorare servono meno tasse

Poté più il calo delle tasse del Jobs Act. Il «contratto a tutele crescenti» ha contribuito a creare solo l'1 per cento dei nuovi posti di lavoro. Lo dice uno studio condotto da due ricercatori della Banca d'Italia, anticipato da Repubblica. Ed un sondaggio Ixè per Agorà (RaiTre) rileva che il 55% degli italiani ritiene che produrrà effetti solo nel breve periodo.A motivare gli imprenditori ad assumere nuovi occupati è stata, infatti, la totale detassazione dei neo assunti per tre anni, introdotta lo scorso anno. E che quest'anno è stata ridotta al 40 per cento, così come è stata limata la durata dell'agevolazione fiscale: da tre a due anni.In tal modo, il governo ha reperito sul bilancio di quest'anno le risorse per ridurre la fiscalità sulla casa.Il documento, elaborato da Paolo Sestito, capo del servizio «struttura economica» della Banca d'Italia, e da Eliana Viviano, smonta l'impianto del governo sulla riforma del mercato del lavoro. Tant'è che in settimana, dopo i dati Istat sull'occupazione, Matteo Renzi aveva inviato un tweet: «Amici gufi, siete ancora sicuri che non funzioni?».Lo studio parte dall'analisi della situazione occupazionale in Veneto. E prende in considerazione il periodo tra gennaio 2013 e giugno 2015 e come in questo periodo il livello occupazionale è stato condizionato dal Jobs Act e dalla detassazione delle nuove assunzioni. «Le due politiche - scrivono - hanno avuto successo sia nel ridurre il dualismo del mercato sia nello stimolare la domanda di lavoro, anche durante una recessione caratterizzata da un'altissima incertezza macroeconomica».Questo effetto positivo - dice il loro rapporto - è però quasi interamente spiegato dall'introduzione degli incentivi fiscali, mentre la combinazione del contratto a tutele crescenti e degli incentivi spiega solo il 5% delle nuove assunzioni a tempo indeterminato. Poiché questo tipo di contratti sono un quinto delle nuove assunzioni nel campione, i ricercatori trovano che il Jobs Act ha contribuito a creare appena l'1% dei nuovi posti.Nella sostanza, i due ricercatori di Banca d'Italia rilevano che se il dato del Veneto venisse proiettato su tutto il territorio nazionale, il pacchetto di misure formato da Jobs Act e incentivi avrebbe contribuito a creare circa 45.000 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato nei primi sei mesi del 2015.Come si ricorderà, l'essenza del Jobs Act è il sostanziale superamento dell'articolo 18 dello Stato dei Lavoratori. In pratica, il lavoratore viene assunto immediatamente a «tempo indeterminato», ma può essere licenziato dal datore di lavoro previo indennizzo. Indennizzo che aumenta in funzione degli anni di lavoro in azienda: da qui, il concetto di tutele crescenti. Solo quest'anno sarà quindi possibile stabilire se i nuovi meccanismo di allentamento delle rigidità del mondo del lavoro produrranno o meno effetti reali sull'occupazione. Una volta sganciato dallo sconto fiscale - secondo lo studio di Bankitalia - il Jobs Act dovrebbe ridimensionare gli effetti pratici. Come confermato dal sondaggio Ixè.In più, è assai probabile che le imprese che dovevano assumere lo abbiano fatto nel 2015, quando hanno potuto sfruttare lo sconto fiscale per intero per tre anni. E che quest'anno, le aziende non continueranno a cercare manodopera, anche per il rallentamento del ciclo economico e per la domanda interna che resta stagnante.