"Basta considerare i terroristi poveri e incolti"

Il sociologo Luciano Pellicani mette in guardia: "I jihadisti sono laureati e lavorano"

I n un saggio del 1990, sei anni in anticipo rispetto al più celebre Samuel Huntington, Luciano Pellicani teorizza lo «scontro di civiltà» tra Occidente e Islam. Basta rileggere quel testo, riproposto in una raccolta dal titolo «Jihad: le radici» (Rubbettino, 2015), per comprendere che quella in corso è una guerra con origini antiche. Pellicani, decano della sociologia in Italia, ha appena concluso una lezione alla Luiss Guido Carli quando accetta un colloquio con il Giornale. «Mi stupisco sempre che non si citi lo storico Arnold Toynbee, io riprendo da lui la teoria dell'aggressione culturale. La civiltà occidentale, fondata sul mercato e sul rispetto dei diritti di proprietà come argine al potere del sovrano, ha una potenza di espansione illimitata. Assedia le altre culture ponendole di fronte a una sfida di immani proporzioni». Secondo Toynbee, di fronte a una tale «potenza radioattiva» le «culture altre» possono offrire due risposte: l'una «erodiana» e l'altra «zelota». «Erodiano è Ataturk, il padre della Turchia moderna - continua Pellicani - Lui, nazionalista, comprende che per uscire dal Medioevo bisogna separare lo stato dalla religione. Abolisce il califfato e impone la laicizzazione delle istituzioni. La risposta zelota è impersonata dall'ayatollah Khomeini, fautore della teocrazia iraniana e fermo oppositore dell'Occidente». Giovanni Sartori sostiene che i musulmani che contano sono quelli che rigettano l'Occidente. «È sotto gli occhi di tutti. Le guerre in nome di un'idea sfuggono alla logica del calcolo». Eppure c'è chi insiste nel definire l'Islam un culto di pace. «L'Islam è la religione della guerra permanente. Maometto è leader spirituale e militare, politica e credo religioso si compenetrano. Nel '47 l'India ottiene l'indipendenza: lo stato indiano si secolarizza secondo il modello occidentale; il Pakistan musulmano rifiuta l'Occidente. Pensi pure al Giappone dove i musulmani sono da sempre una esigua minoranza: si è evoluto secondo il paradigma della modernità». Nella storia si sono combattute altre guerre di religione non meno sanguinarie. «La guerra santa dei crociati contro i musulmani è durata duecento anni. Quando i crociati espugnarono Gerusalemme, si vantarono di cavalcare nel sangue che arrivava fino alle ginocchia e alle redini. Gli ebrei che cercarono rifugio nella sinagoga furono arsi vivi. Poi è seguita la guerra di religione tra cattolici e riformati. Ne siamo usciti abbracciando il principio della tolleranza. La umma invece (la comunità musulmana, ndr) non ha conosciuto la svolta illuministica». Secondo Papa Francesco, la povertà alimenta il terrorismo. «I terroristi non sono i disperati della terra: hanno un lavoro, sono colti e laureati. E poi la povertà è diminuita: negli ultimi dieci anni 200 milioni di persone sono uscite dalla cosiddetta trappola malthusiana». La risposta dell'Occidente è all'altezza della sfida? «Per troppo tempo abbiamo pensato che fosse un affare degli americani. Dopo gli attentati in Francia, la nostra sensibilità è cambiata: il terrorismo islamico ci riguarda tutti. Obama, che puntava al contenimento, si è convinto che bisogna sradicare il Califfato». Il premier Renzi auspica una «risposta anche culturale e civile». «Le mutazioni culturali avvengono nell'arco di generazioni. Ora la priorità è abbattere militarmente il Califfato. I terroristi potrebbero entrare in possesso di armi chimiche e biologiche, e sono pronti a morire da martiri. In generale, la prudenza italiana conferma la linea di un paese gregario, pronto a seguire ma con la copertura delle grandi nazioni. Valgono sempre le parole del cancelliere Otto von Bismarck nel 1884 a proposito del nostro paese: robusto appetito, debole dentatura». Lei è stato vicino a Bettino Craxi cui oggigiorno è riconosciuto unanimemente il tentativo di perseguire una politica di indipendenza nazionale rispetto alle grandi potenze. «Craxi sparigliò le carte diventando segretario del Psi, Renzi lo ha fatto nel Pd. I due hanno molto in comune, anche Craxi voleva un premierato forte. Oggi come allora, chi si oppone è un conservatore mascherato da progressista. In politica estera staremo a vedere».