Basta embargo, Obama apre: «Se puede»

Il presidente americano avverte: «È tempo di rimuoverlo, ma senza cambiamento vero non serve». E poi incontra i dissidenti

Valeria RobeccoNew York Nel terzo e ultimo giorno della sua visita cubana Barack Obama condanna gli attacchi di Bruxelles, rilancia la sua convinzione di battere il terrorismo (ma solo con uno sforzo comune) e offre una «rosa bianca» al popolo dell'isola caraibica per un nuovo inizio di pace e cooperazione. Il primo presidente americano a mettere piede a Cuba da 88 anni è accolto con una standing ovation al Teatro Nazionale dell'Avana, dove prende la parola per un atteso discorso trasmesso in diretta tv che per i suoi consiglieri rappresenta forse il momento più importante del viaggio. Obama gioca su due sponde: su quella Atlantica mostrando il suo appoggio all'alleato europeo colpito dal terrorismo nella sua capitale simbolica oltre che amministrativa, e su quella delle Americhe proseguendo l'opera di normalizzazione con Cuba. «Possiamo sconfiggere il terrorismo, e lo sconfiggeremo», chiosa il commander in chief Usa commentando gli attentati di Bruxelles. Per farlo, però, «il mondo deve restare unito, senza guardare alla nazionalità, alla razza o alla fede religiosa», aggiunge, promettendo come l'America farà di tutto per assicurare che i responsabili di questi atti paghino per le loro azioni. Quindi, l'attenzione si rivolge alla nuova era dei rapporti con Cuba. Obama cita Josè Martì, che nella sua poesia più famosa diceva Coltivo una rosa blanca, e avanzava la sua offerta di amicizia e pace sia ai suoi amici che ai nemici. «Io, come presidente degli Stati Uniti d'America - prosegue - sono qui a offrire al popolo cubano un saluto di pace. Sono venuto per seppellire le ultime tracce della Guerra Fredda», dice ancora il presidente da un teatro gremito, con Raul Castro che applaude dal palco d'onore. Poi, precisa che gli Usa stanno normalizzando le relazioni non solo con il governo, ma anche con il popolo cubano. E mentre il pubblico risponde con una vera ovazione, afferma che «è il momento di rimuovere l'embargo». «Ma anche questo se avvenisse domani - precisa - non servirebbe senza un continuo cambiamento». L'inquilino della Casa Bianca ammette che la politica di isolazionismo stava danneggiando la gente dell'isola, e questo spiega il perché del disgelo dopo 55 anni di «Guerra fredda». Rivolgendosi al presidente cubano, dice invece che «non deve temere gli Usa e nemmeno la voce del suo popolo», ribadisce l'importanza «per le persone di potersi esprimere liberamente e senza paura», e rimarca che «lo stato di diritto non dovrebbe includere la detenzione arbitraria delle persone che esercitano questi diritti». Obama, visibilmente emozionato, si rivolge con particolare enfasi verso i giovani, ai quali spiega: «Gli ideali, punto iniziale di ogni rivoluzione, trovano la giusta espressione nella democrazia. Io non vengo qui a distruggere, ma per invitare a costruire». Prima di lasciare il Teatro Nazionale per le ultime due tappe della sua storica visita - l'incontro all'ambasciata Usa dell'Avana con alcuni dissidenti cubani e la partecipazione alla partita di baseball tra la nazionale cubana e i Tampa Bay Rays - Obama vuole chiudere in bellezza i 40 minuti di un discorso scandito da frequenti applausi. E così, assicura al pubblico che è tempo di lasciarsi alle spalle il passato e di guardare ad un futuro di speranza: non sarà facile, ma se puede, «si può fare», afferma con una versione in spagnolo di quello che fu il suo celebre slogan elettorale: Yes, we can.