Benvenuti a Villar Perosa, l'ultima reggia d'Italia

Foto inedite dei giardini della residenza degli Agnelli sotto la neve. La magia del luogo che più rappresenta la dinastia italiana dell'auto

I giardini di Villar Perosa sotto la neve

Venne il giorno in cui la padrona di casa litigò con il giardiniere, pronta a liquidarlo immediatamente. La padrona porta il nome di Marella e il cognome di Agnelli, il giardiniere era Russell Page, in realtà garden designer di razza e arte inglesi, chiamato a corte per ridisegnare il parco della magnifica dimora di Villar Perosa. Qui dal 1811 gli Agnelli hanno domicilio di possesso e di proprietà, là dove l'affetto resiste a qualsiasi tentazione di vendita. Non è una semplice residenza di campagna, non è nemmeno il luogo dove vestivano alla marinara (trattavasi dello stabile in corso Matteotti a Torino) è il posto del silenzio e del ritrovo famigliare, è la reggia di una dinastia che sembra evaporata con la morte di Gianni e poi di Umberto e ancora di Susanna, cioè degli Agnelli come il popolo intende e come Villar Perosa, che sta tra Torino e il Sestriere, altre stazioni obbligatorie di questa famiglia, come Villar Perosa, dicevo, celebra senza fragori e sagre paesane. Il giardino è un parco che non ha confini, davanti alle Alpi, così vasto che un calciatore juventino, di quelli campioni d'Italia, ritrovatosi insieme con i suoi sodali per la consueta visita al padrone e presidente, esclamò: «Ma è più grande di tutto il mio paese». Dunque donna Marella si svegliò una mattina e scoprì che il boschetto di aceri, voluto da Aniceta bisnonna di Gianni, era sparito, alberi tagliati alla radice, via l'ombreggiare, anche cupo, via frasche e foglie. Russell Page aveva ordinato la decimazione, l'inglese che nella casa sua a Londra non disponeva nemmeno di un giardino dove piantare il basilico, odiava tutto quello che sapeva di antico e non consono al sito, prima di tutto le palme che provvide a fare estirpare e bruciare al vento della val Chisone e poi gli «orribili vasi di terracotta e le statue di marmo bianco e le fontane» come ha ricordato nel libro Ho coltivato il mio giardino Marella Agnelli.

Page si ritrovò di fronte la padrona di casa, donna Marella era furibonda, quegli aceri erano una fetta di storia famigliare, la loro soppressione un gesto violento nei confronti della tradizione, degli affetti, dello stesso Gianni Agnelli. Il quale non badò all'acero ma al sorriso della propria consorte. Russell Page fece comprendere alla signora che il giardino avrebbe assunto un'altra luce, era il tempo di aggiungere colori al verde tristanzuolo che accoglieva e accompagnava parenti e affini nelle gite e nei ritrovi di corte. Perché questa era la famiglia, una corte repubblicana con il monarca che occupava il centro dell'attenzione. Almeno nelle fotografie di repertorio, il resto stava e sta nella fantasia dei turisti, nei racconti di paese e si sa il paese è piccolo e la gente mormora. Mormora di quel torrente che mister Page trasformò in laghetti, anzi la zona dei laghi, mormora del prato all'inglese, della sottile ghiaia lungo i vialetti, dei bossi perfettamente sagomati, dei roseti e della serra che è un padiglione fiabesco, dei faggi secolari e del ponte che Page fece costruire con stile anglocinese (!). Dal 1811, data alla quale Gianni Agnelli faceva risalire l'acquisto della dimora da parte di Giuseppe Agnelli che praticava l'allevamento dei bachi da seta, attività di origine che costituì la banca della famiglia, in quella villa si sono esibiti figli, nipoti, zie e nonni e amici e amanti, giocando e vivendo, il quadro non prevede cornici.

Quell'uomo che ha vissuto il mondo, viaggiando e vivendo in mille città, teneva appeso al muro, dietro la scrivania del suo ufficio al Lingotto, non Andy Warhol o Picasso, Matisse o Tintoretto ma un quadro di Giacomo Grosso, pittore e senatore piemontese; il dipinto raffigura la casa di Villar Perosa, là dove, scrisse Gianni Agnelli «è nato mio nonno nel 1886, qui è seppellita tutta la mia famiglia, qui si sono sposate le sorelle, qui si è sposata mia figlia». Il parco è grande come un paese, sotto la neve di gennaio faggi, bossi, laghi, sembrano irreali. Come, forse per molti, era la vita dei padroni di casa.