La Bindi chiude le porte a Riina «Morire a casa non è un diritto»

La presidente Antimafia: «Può anche tornare in galera»

Patricia Tagliaferri

Roma Il capo di Cosa Nostra è ancora lui. È lucido, parla con i familiari, scrive e legge lettere, partecipa alle udienze in videoconferenza, e dove sta, ricoverato in regime di 41 bis all'Ospedale Maggiore di Parma, viene curato al meglio. Quindi è lì che Totò Riina deve rimanere e non si può neppure escludere che in futuro possa tornare in cella. «A meno che non si voglia postulare l'esistenza di un diritto a morire fuori dal carcere che non è supportato da nessuna norma», conclude Rosy Bindi davanti alla Bicamerale dopo il sopralluogo a sorpresa effettuato nella struttura sanitaria che ospita il boss dei boss, ormai ottantaseienne e malato.

Con la sua relazione la presidente dell'Antimafia risponde alle polemiche sollevate dalla decisione della Cassazione di accogliere per la prima volta il ricorso del difensore di Riina che chiede il differimento della pena o, in subordine, gli arresti domiciliari per il diritto ad una morte dignitosa. Un'apertura, quella della Suprema Corte, che ha fatto insorgere i familiari delle vittime, sulla quale adesso si deve esprimere il Tribunale di Sorveglianza di Bologna. La Commissione antimafia ha voluto approfondire la situazione e ha concluso che il detenuto «eccellente» conserva immutata «la sua elevata pericolosità, concreta e attuale, essendo, nonostante le difficoltà motorie, perfettamente in grado di intendere e di volere, ancora vivamente interessato alle sue vicende processuali, nella piena condizione di manifestare la sua volontà e, di converso, non avendo mai esternato segni di ravvedimento». Oltretutto per la Bindi va ricordato che in mancanza di «nuove leadership (nella mafia, ndr) i soggetti che tornano in libertà riassumono i ruoli precedenti». Seppur malato, dunque, Riina è sempre il numero uno della mafia per le stesse regole mafiose e non perché lo Stato non abbia vinto. E poi in ospedale, seppure in regime di 41 bis, al boss vengono garantite cure ed assistenza continue, forse superiori a quelle che potrebbe godere in stato di libertà o ai domiciliari. «Gli viene ampiamente assicurato - spiega la presidente dell'Antimafia - il diritto ad una vita dignitosa e, dunque, a morire, quando ciò avverrà, altrettanto dignitosamente». E lo Stato vince quando riesce a garantire tutto questo, «non quando libera qualcuno che è ancora capo di Cosa Nostra».

Nessuna indulgenza da parte della Bindi, dunque, che non esclude neppure un ipotetico ritorno in carcere di Riina. «Può affermarsi - avverte la presidente dell'Antimafia - che le sue condizioni di salute, sì imprevedibili data anche l'età, ma stazionarie, potrebbero, in ipotesi, a giudizio dei medici, consentire il suo rientro in cella, seppure con le opportune prescrizioni per il centro diagnostico terapeutico della casa di reclusione di Parma al quale verrebbe rimessa la gestione del capo dei capi». E dove Riina troverebbe una situazione logistica adeguata alle sue esigenze.

Commenti

Altoviti

Mer, 14/06/2017 - 14:03

Ma non si era ritirata dalla vita politica, la Bindi? Ancora la dobbiamo sopportare?

Ritratto di mambo

mambo

Mer, 14/06/2017 - 18:35

Forse è l'unico pensiero sano che le è passato dalla mente in tutto l'arco della sua troppo lunga vita politica.

SereRoma

Gio, 15/06/2017 - 07:02

Donne coraggiose fuori dal branco di "buonisti" sempre dalla parte dei delinquenti. Si può avere una morte dignitosa anche in carcere, a patto di avere la coscienza tranquilla, non il diavolo in corpo.

Sonia51

Lun, 19/06/2017 - 11:02

Per una volta sono d' accordo con la Bindi. Basta con questi buonismi, se ha meritato l' ergastolo che se lo faccia e amen. Se invece voleva morire nel suo letto di casa poteva pensarci prima. Chi se ne frega della dignità di questo personaggio.