Bolton è l'anti Obama: bersaglio dei liberal e nemico di Teheran

Ostile alla linea "debole e confusa" di Barack punta a disfare l'intesa sul nucleare iraniano

Il suo libro, del 2007 è intitolato «La resa non è un'opzione». La sua frase più famosa (e naturalmente anche la più discussa): «Se il segretariato dell'Onu perdesse 10 piani, non farebbe nessuna differenza». Nel weekend il presidente americano Donald Trump ha conferito a John Bolton l'incarico di consigliere strategico, una tessera fondamentale nel terremoto della Casa Bianca che lo ha piazzato al posto del generale McMaster, e ha portato al rimpiazzo del segretario di Stato Rex Tillerson con il direttore della Cia Mike Pompeo.

Pompeo e Bolton, se si cerca di definire il gran circo rotante dell'amministrazione statunitense, sono dalla stessa parte, due repubblicani ferventi e di principi ferrei, su cui il capo di stato maggiore di Trump, John Kelly, conta con simpatia per riordinare un panorama tempestoso e in continuo cambiamento.

Bolton avrà in mano la gestione di uno staff di sicurezza formato da centinaia di specialisti di ogni settore e parte del mondo, molti dipendenti del Pentagono, dal Dipartimento di Stato e dalle agenzie di intelligence.

Sarà lui, fra il tremore e lo scorno della sinistra, a consigliare Trump su tutte le questioni più delicate, dalla Corea del Nord al Medio Oriente, alla Cina, al radicalismo islamico. Un mese fa ha scritto sul Wall Street Journal un pezzo intitolato: «Le ragioni legali per colpire la Corea del Nord per primi»; e mentre nel 2015 Obama negoziava ancora l'accordo con l'Iran, scrisse un'opinione di totale dissenso che il New York Times, in maniera chiaramente polemica titolò «Per fermare la bomba iraniana, bombardiamo l'Iran».

Ma sono volgarizzazioni che fanno giustizia a un diplomatico-intellettuale che è una colonna del think tank American Enterprise, già nell'amministrazione Bush come assistente segretario di Stato e poi sottosegretario di Stato per il controllo sulle armi dal 2001 al 2005, dopo l'attacco alle Twin Towers. Bolton non si è mai detto per la distruzione del reattore iraniano, ma piuttosto di un trattato che ormai è ritenuto da molti incredibilmente carente e in sostanza irresponsabile. «Non solo l'intero accordo è una scelta di appeasement ma la diplomazia di Obama ha prodotto un linguaggio debole, confuso e ambiguo in molte delle disposizioni per il futuro».

E chi può negarlo. Le ondate del New York Times, e di tutto il resto il resto della stampa liberal sono arrivate fino al nostro Paese. Un ex uomo di Bush, oggi divenuto di Trump, quale pasto migliore per l'ironia consueta per chi pensa che «la resa non è un'opzione».

Eppure la forza intellettuale e morale del personaggio ha costretto persino il New York Times a concedere che si scrivesse un articolo di apprezzamento su Bolton almeno per la parte che riguarda le Nazioni Unite.

Perché è stato lui, fra i primi, a denunciare la corruzione, l'indifferenza per i diritti umani, persino la criminalità e l'incredibile codardia dell'Onu nel difendere le popolazioni inermi da Srebrenica al Sudan.

Fu Bolton a battersi anche per abrogare la maledizione a Israele per cui l'assemblea Onu votò «sionismo uguale razzismo»; ed è sempre lui che ha scritto che Kim Jong-un è «un orribile dittatore sotto cui la vita è un inferno».

No, Bolton non è pericoloso, come si è scritto. È la realtà ad esserlo, e bene che qualcuno sappia affrontarla realisticamente.