Borsellino, l'icona di destra usata dalla sinistra

di«Mio padre di sinistra non lo era di certo». Era il 1994, due anni dopo la strage di via D'Amelio. E Manfredi Borsellino, il figlio del giudice Paolo trucidato in quell'eccidio, in un'intervista, smentiva lo zio Salvatore, fratello minore del padre, che tacciava di «sciacallaggio» chiunque osasse dire che Paolo era di destra. Corsi e ricorsi storici, la storia si ripete, 23 anni dopo: da un lato i figli, che quest'anno hanno voluto rimarcare la loro assenza alle celebrazioni del 19 luglio, domenica proprio come 23 anni fa, contro l'«antimafia di facciata» che, caso Crocetta docet, vuol fare del ricordo un proprio spot; dall'altro una sinistra che a dispetto delle simpatie di destra di Paolo Borsellino - da giovane studente si iscrisse al Fuan, l'organizzazione universitaria del Msi, e proprio il Msi, il 19 maggio del 1992, quattro giorni prima dell'uccisione di Giovanni Falcone, votò Borsellino come capo dello Stato di bandiera, tributandogli 47 voti - tenta in ogni modo di tirarlo per la giacca. Tuttora.

Povero Paolo Borsellino, icona di destra strattonata da una sinistra che continua a tentare di usare lui e che ha usato e buttato via alcuni dei suoi affetti più cari. Come Lucia, la figlia, bandiera della giunta guidata da Rosario Crocetta sino a qualche settimana fa, quando all'indomani dell'arresto dell'amico e medico personale del governatore Matteo Tutino si è dimessa, e ancora la notizia dell'intercettazione choc su di lei non era di dominio pubblico. O come la sorella Rita, eurodeputata del Pd dal 2009 al 2014 ma ormai fuori dalla politica e in rottura col Pd dal 2012, quando apertamente si rifiutò di sostenere alle Regionali proprio Crocetta. Corsi e ricorsi storici, ancora una volta. Nel 1994 Rita, certamente non di destra, non fece salire a casa sua in via D'Amelio l'allora premier Silvio Berlusconi, intervenuto alle commemorazioni, e parlò con lui solo al citofono. Adesso sempre Rita, come ha rivelato il fratello Salvatore a Radio24 , «ha mandato un sms a Crocetta, scrivendogli di non presentarsi alle manifestazioni di via D'Amelio perché non sarebbe una persona gradita».

Povero Paolo Borsellino, icona di destra strattonata dalla sinistra e anche dagli affetti più cari. Come il fratello Salvatore, che dal 2009 col movimento delle Agende rosse è in prima fila alle commemorazioni del fratello connotandole di un «rosso» che con le idee di Paolo c'entra ben poco. «Meglio un giorno da Borsellino che cento da Ciancimino», diceva uno slogan della destra coniato subito dopo la strage. E un anno fa il 19 luglio in via D'Amelio un Borsellino, Salvatore, ha abbracciato un Ciancimino, Massimo, il figlio del sindaco boss sotto accusa ma pur sempre testimone chiave del processo sulla trattativa Stato-mafia. Già, la trattativa, il processo dei processi su cui la Procura di Palermo si gioca tutto. I processi di Caltanissetta sono franati dopo 20 anni perché Vincenzo Scarantino era un falso pentito e si stanno rifacendo. In parallelo, a Palermo, c'è il processo sulla trattativa ideato da quell'Ingroia che Crocetta ha piazzato al vertice di una società regionale. Ha spaccato anche la sinistra, la trattativa. Una parte ha criticato l'impostazione del processo. Ricevendo di rimando l'accusa classica, quella del tentativo di delegittimazione. Povero Paolo Borsellino, icona di destra ostaggio della sinistra. Dopo 23 anni meriterebbe, almeno, verità e giustizia.